venerdì 19 aprile 2013

Topi fritti a colazione

All’inizio del romanzo di uno scrittore polacco dal nome impronunciabile, Andrzej Zaniewski, c’è una famigliola di topi che bazzica un panificio durante l’assenza del panettiere. Uno dei topolini finisce nell’impasto e muore. Dopo poche ore arriva il fornaio e cuoce il pane con il topo dentro.
Non è pura fantasy, ma casi capitati molte volte, sia nel Terzo Mondo che nel nostro. Anzi, vi sono contrade in cui i ratti vengono mangiati e in tempo di guerra, con la fame che c’era, nessuno si faceva scrupoli a mangiare anche i tanto odiati roditori, dopo aver fatto fuori gli animali da compagnia.
Tuttavia, generalmente, se tralasciamo quella parte dell’India, nel nord del Rajasthan, dove sono adorati, i ratti suscitano ribrezzo. Tanto è vero che in Madagascar, dove si mangiano gatti, tenrec e tartarughe, una donna finì in prigione perché scoperta a mescolare carne di ratto nelle brochettes, che i malgasci mangiano quotidianamente, che sono una sorta di spiedini di norma confezionate con carne di zebù.
Che i topi frequentino le cucine, insieme alle blatte, non è una novità e succede in tutto il mondo, ma solo da noi si fanno intervenire i NAS per far chiudere il ristorante, se qualcuno se ne accorge e fa denuncia. I magazzini alimentari dei cinesi in Italia sono particolarmente tenuti d’occhio, ultimamente, come riportato dalle notizie di cronaca. Io ricordo d’essere entrato in una cucina in India, di notte, perché cercavo qualcuno che mi aprisse la porta dell’hotel dove ero alloggiato, visto che il treno partiva molto presto quel giorno.

Entrando in cucina, tre o quattro gatti scapparono spaventati passando attraverso una finestrella. Erano sui banchi al mio ingresso e stavano facendo colazione con gli avanzi di cibo, ma forse aspettavano anche l’arrivo di qualche imprudente roditore. Ho pensato che quando al ristorante ci portano qualche attraente piatto ricolmo di riso, con tutte quelle salsine piccanti e colorate, bisogna tener presente anche ciò che i gatti durante le ore notturne hanno eventualmente lasciato come ricordino.
Qui da noi, nella nostra società schizofrenica, una ragazza è finita all’ospedale un anno fa
perché da un sacchetto di patatine fritte è saltato fuori un topolino morbido e fritto anche lui, che la ragazza pensava fosse una sorpresina. Il suo fidanzato l’ha portata all’ospedale più per lo spavento che non per le conseguenze, sul piano fisico, del cibo che entrambi avevano appena consumato. I medici del pronto soccorso si saranno fatti anche una risata, ma pochi giorni fa il Pubblico Ministero del tribunale di Padova ha chiesto la condanna al pagamento di 3.500 euro cadauno ai due responsabili della ditta che aveva confezionato le patatine, il titolare e l’addetta al controllo qualità. E meno male che non gli fanno chiudere l’azienda!
La schizofrenia della nostra pasciuta società deriva dal fatto che ci si scandalizza per un topolino fritto e non per la carne che viene abitualmente consumata come niente fosse, senza tener conto che prima di diventare fettina o bistecca quella stessa carne era una persona in……carne ed ossa, con il suo carattere particolare, la sua personalità e il suo diritto intrinseco a vivere.
La carne, quindi, come frutto d’ingiustizia e ottusa malvagità.

E’ vero che spesso si sente parlare di additivi alimentari, di ormoni della crescita e di antibiotici somministrati al bestiame, ma è un modo per distogliere l’attenzione dei consumatori – orribile parola – dalla questione cruciale: l’ingiustizia della macellazione.
Puntare il dito sulla presenza di un topolino in un pacchetto di snacks lo è ancora di più. Rappresenta una frivolezza e un obiettivo molto secondario rispetto a quella che si potrebbe definire salubrità dei cibi. Mi ricorda il divieto dell’uso del freon nei frigoriferi, per cercare di attenuare il buco nell’ozono di cui si parlava qualche anno fa, mentre non si voleva prendere in considerazione che erano i gas di scarico degli aerei i principali responsabili della rarefazione dell’ozono sopra le calotte polari. Si sceglie cioè il bersaglio più facile e meno tutelato, visto che chiedere la riduzione dei voli aerei era al di sopra delle possibilità dei richiedenti.

Così con il cibo. Si mette sotto la lente d’ingrandimento un topo o qualche blatta e si sorvola sulla questione cardine di tutta la faccenda: se cioè sia lecito moralmente uccidere animali per nutrirsi dei loro cadaveri.
Delle sofisticazioni alimentari, ovvero dei trattamenti chimici a cui gli animali d’allevamento sono sottoposti, in genere la gente non vuole saperne, ma se sui giornali se ne parla è per lodare l’operato delle forze dell’ordine, che sono così brave a proteggere la nostra salute, oppure per fare pubblicità, come nel caso del pollo Amadori. In uno spot televisivo di qualche anno fa si vedeva, infatti, un goffo e paffuto bambino in un’aula scolastica mentre diceva che i polli sono allevati senza “pomodori della crescita”, volendo dire promotori della medesima. E subito una bambina (le bambine sono più sveglie dei maschietti) lo correggeva con fare da maestra. E non dimentichiamo il faccione simpatico, da onesto contadino romagnolo, del signor Amadori! Tutto aiuta, pur di far dimenticare il peccato originale di fondo.

Grazie a internet, che per il momento è ancora libero, veniamo a sapere che per esempio le
caramelle gelatinose (chi non ne ha mai assaggiato una?) sono fatte con gli scarti della macellazione: ossa, tendini, pelo, ecc.
Sappiamo anche che i formaggini, che tanto piacciono ai bimbi e che molti anziani senza denti mettono nella minestrina, contengono cose che è meglio non sapere. Sappiamo anche che se si mette un chiodo in una bottiglia di coca cola, e lo si lascia tutta la notte, l’indomani non c’è più, perché dissolto dagli acidi.
Questa è forse una leggenda metropolitana, ma sui formaggini non ci giurerei. Io comunque non me ne curo perché formaggini e coca cola non rientrano nella mia dieta abituale. Anzi, nonostante una volta mi piacessero molto i formaggi, specie il gorgonzola, ora sono vegano e corro sicuramente meno rischi delle persone onnivore.
Grazie a internet possiamo sapere, se non lo usiamo solo per vedere immagini porno, che nel latte vaccino c’è pus e altre materie purulente. C’è sangue e altri liquidi organici ad esclusione dello sperma. C’è qualcosa che è innaturale per l’uomo e che la natura ha predisposto per i cuccioli delle mucche. Ma c’è anche il protagonista del film “Leon”, Jean Reno, che lo beve abitualmente e che quindi contribuisce a propagandare l’idea della bianca bontà quotidiana. Il resto lo fanno quegli zozzoni dei medici.
Sempre su internet possiamo vedere tutta la brutalità della macellazione, con tanto di incidenti capitati ai macellatori, come ganci che gli cavano un occhio, ferite da taglio con coltelli da film dell’orrore, motoseghe impazzite per squartare maiali che tagliano pure qualche mano o piede, e da Striscia la Notizia sappiamo anche delle mucche “a terra” trascinate fuori dai camion con i verricelli, ma dei tumori e delle cancrene che vengono macinate insieme a tutto il resto se ne sa poco, ma lo si può immaginare.

Un libro scritto nel 1906 da Upton Sinclair è “La giungla”, ambientato nei famigerati macelli di Chicago, ma aveva un intento sindacale e non etico, o almeno non etico nei confronti degli animali. Idem con “Santa Giovanna dei macelli”, di Bertold Brecht, che è stato scritto in un’ottica antropocentrica, come tutto il resto della letteratura, e degli animali macellati non si curava, come io non mi curo dei formaggi e della coca cola. Con la differenza che se io non mi curo di certi cibi o bevande, non faccio del male a nessuno, mentre se altri autori non si curano della violenza compiuta agli animali, diventano complici di quella stessa violenza, ovvero conniventi. 

Quando sul Gazzettino leggo notizie di animali uccisi e i commenti dei lettori che si schierano immancabilmente dalla parte dell’uomo e non sono capaci di esprimere qualche parolina di pietà per gli animali, penso che la Chiesa, i mass-media e le altre agenzie educative hanno fatto proprio un bel lavoro, pervasivo e capillare.
Esiste per costoro solo l’umanità su questa Terra e tutto deve girare attorno ad essa. Nessuno ha provato compassione per il topolino caduto nell’olio bollente. Nessuno si cura degli altri animali e finisce per non curarsi degli altri in genere. Aveva un bel dire Don Milani con il suo “I care”!
Questo è il risultato della religione cristiana, insieme alle altre, tutte più o meno antropocentriche. Ma non durerà.
Non durerà ancora a lungo questo folle andazzo specista.
Arriverà un giorno in cui un potente Dio in sembianze da roditore farà giustizia per tutte le vittime della nostra ingordigia. Nel frattempo, andiamo allegramente ad ingrossare le corsie degli ospedali, scontando così i nostri peccati di gola.
Karma sincronico in tempo reale, senza bisogno d’aspettare vite future.



2 commenti:

  1. complimenti, davvero un articolo eccellente! nessun sentimento per quel povero essere morto fritto, come è terribilmente disarmante la diatriba che si vede svolgersi recentemente sulla cronaca in merito al presunto contenuto di carne di cavallo (o altri animali) in prodotti su cui invece l'etichetta riportava altra origine animale ... non si arriva neanche a pensare al fatto dell'errore in se dell'alimentarsi di animali morti dopo brutale sevizie, ma si discetta sul fatto che il cadavere sia di un tipo piuttosto che di un altro... strano il mondo...

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    1. Grazie! La mancanza di empatia che percepiamo negli altri, le cosiddette persone normali, è davvero demoralizzante. Se cerchiamo di spiegar loro l'importanza di mostrare rispetto agli esseri viventi, si chiudono nelle loro arroganti convinzioni speciste e ci prendono per fanatici.

      Mi è capitato l'altro ieri quando un tizio mi ha visto strappare un manifesto della sagra delle rane, si è messo a sbraitare e per poco non finiva a botte.

      Dal che ho dedotto che parlare con gli ignoranti è tempo perso e ci si rovina solo il buon umore.

      Sono cadaveri ambulanti. Viviamo in mezzo agli zombie.

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