lunedì 13 febbraio 2017

Prima che il gallo canti (e che la gallina abbia qualcosa da ridire)


E’ bello dopo il ciclone ascoltare le ranocchie che cantano nel pantano. Non credo sia solo un modo per rimarcare il territorio e segnalare alle femmine la disponibilità ad accoppiarsi di un maschio, ma una vera e propria manifestazione di gioia. Per lo meno, è una sensazione che provo tutte le volte che il buon umore supera la soglia del dolore e s’innalza verso le altezze sublimi della beatitudine. In tutte le altre occasioni – e sono la maggioranza – per me la vita è male, come diceva il gobbetto Giacomino. Va da sé che è bello, in ore antelucane, sentire l’assiolo che fa un assolo e i grilli che fanno un concerto, sovrapponendosi, in una cacofonia gradevole e rilassante, al gracidare di rane e rospi. Ma i re del mattino restano loro: i galli, in malgascio chiamati “akoho lay”, per distinguerli dalle galline che invece sono “akoho vavy”, oltre che dai pulcini che si chiamano “zanakakoho”. Chi riesce a pronunciare queste parole ha il mio plauso. Io ci ho messo anni per impararle. Nei giorni feriali la sveglia è alle cinque. Io sono sveglio alle tre, l’ora del diavolo e se lo viene a sapere Tina, che già mi considera un “devoly”, avrebbe conferma della mia natura infera, del tutto avulsa dalla cristiana primitività sua e dei suoi connazionali.




La sveglia comunque non è per me ma per Annika, che ci mette un po’ prima di, nell’ordine, svegliarsi, alzarsi dal letto, fare la doccia mattutina, fare o non fare colazione a seconda dell’estro e farsi portare a scuola, in un collegio privato, da Biry Biry, il nostro ciclo-poussy di fiducia. Egli prende 40.000 ariary al mese per svolgere questo sevizio, ma solo nei giorni feriali. In pratica, la porta al mattino, la riporta a mezzogiorno, la porta nel pomeriggio, la riporta la sera. Si tratta di undici euro, per 20 sortite mensili e un sacco di chilometri, tra casa e scuola, andare e tornare, con la pioggia e il sole, ma queste sono le tariffe del Madagascar e Biry Biry è contento. Meno contenta dev’essere Annika, che si sveglia con orari da operaio metalmeccanico e che ha anche lezioni pomeridiane, proprio quando la fisiologia del corpo, unita al clima tropicale, propenderebbero per un’amaca, un materasso o anche una semplice sedia a sdraio. E invece no, il ministro dell’istruzione vuole lei e i suoi compagni seduti dritti ai loro posti. In classe. Laddove una maestra arcigna, se li sente parlare tra loro in malgascio, li prende a ceffoni (in Madagascar è ancora lecito), giacché in classe si deve parlare solo francese. Succedeva la stessa cosa 90 anni fa in Friuli, con i bambini friulani presi a ceffoni dalle maestre se in classe parlavano in friulano. Quello si chiamava fascismo mussoliniano, qui lo chiamano democrazia francese.

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