lunedì 22 luglio 2013

Bramiti radioattivi

 
Georges Gurdjieff, sconosciuto al grande pubblico ma amato da chi s’interessa di esoterismo, scrisse un libro dal titolo “Incontri con uomini straordinari”. A me, che sono un Gurdjieff in sedicesimo, capita sovente d’incontrare persone interessanti, al limite della straordinarietà. Mi è successo anche domenica 21 luglio, durante una marcia in stile pacifista contro la proposta delle regioni Veneto e Friuli di assassinare 1200 cervi in tre anni. Mi sono già occupato della faccenda con questo articolo e la questione è chiara: da una parte abbiamo cannibali disposti a massacrare tutto ciò che può essere fatto passare attraverso l’apparato digerente umano e dall’altra persone dotate di coscienza e senso morale che cercano di opporsi allo strapotere dei malvagi organizzati.
Non è una novità, la si può inserire a pieno titolo nell’antica lotta fra Luce e Tenebre, ovvero tra Bene e Male e anche Gandhi se n’è occupato, in altre latitudini e altra epoca, dando suggerimenti su come uscirne. All’occhio per occhio, dente per dente, di veterotestamentaria memoria, contrappose il suo “Occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”. Tuttavia, siccome lo stesso Gandhi diceva che la Nonviolenza non è passiva rassegnazione, ma attivo coraggio, nel fatto specifico ci si deve domandare come fermare cacciatori esaltati, ottusi e determinati a portare a termine il previsto massacro, cioè come affrontare e neutralizzare gente armata, che oltretutto ha la legge dalla sua.


 Negli anni passati organizzai spesso quelle che chiamavamo “azioni di disturbo” ed eravamo sempre non meno di dieci persone, la domenica mattina, ad inseguire e a scambiare battute poco gentili con i cacciatori vaganti, anche se l’efficacia della nostra iniziativa raggiungeva il massimo nei pressi degli appostamenti da caccia e delle uccellande, dato che bastava la nostra presenza, anche senza schiamazzi, a tenere lontana la selvaggina dai mirini dei fucili.

Con i cervi del Cansiglio è più difficile, a meno che Tamara Panciera, l’organizzatrice della marcia, non conosca altane e altri appostamenti fissi dai quali i cacciatori dovrebbero sparare ai cervi. Intanto abbiamo fatto una marcia, a cui hanno partecipato circa una cinquantina di animalisti, partendo da Pian Cansiglio, presso la sede di Federagricoltura, e percorrendo quattro Km in direzione nord. Gli occupanti delle molte macchine passateci vicino hanno potuto leggere i cartelli che portavamo al collo, ma anche gli avventori dei ristoranti lungo la provinciale hanno potuto sentire le parole di Tamara riguardo alla possibilità che la carne di cervo possa essere radioattiva, di quelle radiazioni che circolano nel nord Italia dal 1986, l’anno di Chernobyl.
Recentemente si è scoperto che i cinghiali di Vercelli contengono Cesio 137 e se a distanza
di ventisette anni abbiamo ancora a che fare con le radiazioni significa che la scelta nucleare è semplicemente suicida, ma significa anche che pure i cervi potrebbero essere contaminati, come i caprioli, le mucche e i formaggi che da queste ultime si ricavano.
A tal proposito, una delle accuse rivolte agli amministratori regionali e provinciali, che, al pari di quelli nazionali con il nucleare, rispondono alle esigenze delle industrie e non a quelle della popolazione, è che con la fasulla diatriba dei troppi cervi in Cansiglio si voglia eliminare i competitori delle mucche, sottintendendo che la produzione di formaggio da parte degli allevatori dell’altipiano, tutelati da Federagricoltura, sia più importante della bellezza di un parco popolato di antiche e nobili creature come il cervo, che non a caso viene anche chiamato cervo nobile.
Di modo che, se il cervo compete con le mucche per l’erba, se ne auspica l’abbattimento, ma se l’eurodeputato Andrea Zanoni e altri naturalisti suggeriscono d’introdurre il lupo o la lince, competitori naturali degli ungulati, la proposta viene respinta, accampando i pericoli che lupi e linci potrebbero costituire per il bestiame al pascolo. Si capisce che c’è della malafede. Addirittura, con l’acume che li contraddistingue, i cacciatori, in modo forzatamente surreale, arrivano ad ipotizzare la necessità, dopo il lupo, l’orso e la lince, di introdurre il leone per contrastare questi ultimi predatori. Lo si può leggere qui, fra i commenti.

Fra l’altro, in tale articolo, di Margherita D’Amico, ci s’interroga sulla salubrità delle carni dei cervi, che secondo le disposizioni delle tre province, Belluno, Treviso e Pordenone, potranno essere messe in vendita per uso alimentare. A giudicare dall’ignavia delle persone sedute ai tavoli dei ristoranti, non c’è molta speranza che possano aprire gli occhi e rifiutare la carne di cervo, se non altro per non contaminarsi. Di norma, la gente tende a fidarsi delle autorità e se gli amministratori della cosa pubblica decidono, sentito il parere dei cosiddetti esperti, di autorizzare il consumo di carne di cervo, c’è da fidarsi. Esattamente come si fidano delle versioni ufficiali date dai telegiornali, prima fra tutte l’abbattimento delle torri gemelle ad opera di terroristi.
Il meccanismo psicologico è comprensibile: se non ci possiamo fidare di chi ci comanda, che fra l’altro abbiamo votato noi, di chi ci si deve fidare?
E’ impensabile, dice l’onesto cittadino che paga le tasse, che i governanti agiscano per il nostro male e, questo, nonostante le mille prove di corruzione e malversazione che gli stessi mass-media non mancano di farci avere. Mi viene in mente il comportamento del cagnetto Beagle - usato nei laboratori di vivisezione proprio per quello - che lecca la mano del ricercatore che lo sta torturando.

Fra poco parleremo di altri cagnetti sfortunati, ma prima devo rilevare anche la reazione di due avventori, maschi adulti, dei ristoranti. Li ho visti interloquire, stando dall’altra parte della strada, visto che noi non occupavamo l’intera carreggiata, insistendo sul fatto che i cervi sono molto dannosi e costituiscono un grosso problema per gli alpigiani. A loro dire, non si limitano a brucare l’erba destinata alle mucche, ma entrano negli orti per spazzolare via radicchi e insalate. Io che ho vissuto in Carnia per sei anni posso dire che, a questo proposito, l’obiezione non è del tutto infondata, ma anche in questo caso vale il principio “Ubi major, minor cessat”.

Cioè, per gli indigeni, mucche e insalata sono “major” e i cervi sono “minor”, mentre per noi animalisti di città, che facciamo la spesa senza problemi al supermercato, cervi e fauna selvatica in genere sono “major” e formaggi e insalate sono “minor”. Come si può uscire da questo empasse?
Forse bisognerebbe esercitare l’arte del compromesso e della mediazione, arte nella quale i politici si dicono esperti, ma che in questo caso stranamente latitano. Indennizzi sono previsti per legge da molti anni, ma ad allevatori e contadini non bastano mai. I loro sodali cacciatori, figura che spesso coincide con le prime due categorie, chiedono agli animalisti di pagare i danni dei cervi, con la stessa logica che li spinge a pretendere che gli animalisti si portino a casa nutrie, cinghiali, piccioni e altri animali ritenuti sgradevoli. In altre parole, secondo tali intelligentissimi personaggi, io dovrei pagare il valligiano che si ritrova l’orto saccheggiato dai cervi. Con la stessa logica, mi aspetto che le vittime delle rapine in villa mi chiedano di pagare il valore della refurtiva che gli è stata sottratta da rumeni e albanesi.
Poi magari mi chiederanno di risarcire le vittime di mafia, degli ubriachi al volante e dei terroristi che fanno saltare in aria la gente. Il fatto che io ami la natura, a differenza dei cacciatori necrofili che preferiscono la natura morta, non mi obbliga a risarcire i danni a chicchessia, altrimenti cominciamo a chiedere i danni morali e materiali causati dai cacciatori che entrano e sparano all’interno delle proprietà private.
Non si tratta di accusarci reciprocamente di danni incrociati, ma di capire che la natura ha le sue regole e l’umanità ne ha altre. Il cervo non può mettersi a cucinare la pastasciutta, ma il cacciatore può appendere il fucile al chiodo. Quanto all’insalata dell’alpigiano, i consorzi agrari vendono da anni reti e recinzioni di tutti i tipi, facilmente applicabili e a prova di cinghiali. Se il valligiano è povero, gli amministratori regionali e provinciali, oltre a sovvenzionare il gasolio agricolo potrebbero anche pagargli il costo della rete. In un paese civile si agisce così, ma in un paese di mafiosi furbacchioni, si agisce come sta avvenendo fra Veneto e Friuli.

Ci si nasconde dietro pretesti ridicoli (i cervi rubano l’erba alle mucche) e si pretende che la popolazione beva queste panzane interessate e truffaldine. Al carabiniere che gli si è avvicinato per farlo desistere dalla provocazione, quel signore filovenatorio ha risposto: “Loro possono manifestare e quindi anch’io lo posso!”. La cosa è finita lì.
Nell’altro caso, il poliziotto in borghese (a sinistra della foto) non ha avuto difficoltà a rimandare l’uomo al suo desco, a rimpinzarsi di cadaveri di animali. L’odore dolciastro della carne bruciata che si sentiva nell’aria, ne testimoniava la cottura in atto.
Vi prego di notare cos’ha il cacciatore sulla maglietta: la testa di un capriolo, perché ora vi parlo di uno dei nostri che sulla maglietta aveva un logo di tutt’altro genere. Il confronto tra i necrofili che espongono teste mozze di ungulato - come i cattolici il Cristo in croce - e gli amanti della vita e della natura che espongono sui propri indumenti lo strumento per aiutare a vivere e a guarire, viene a rinforzare la tesi secondo cui in gioco ci sono forze contrapposte filosoficamente incompatibili e avverse. Il Bene e il Male di cui parlavo prima.

Alessandro Ortolan, infatti, trevisano, sulla maglietta aveva un cane paralizzato attaccato a
un carrellino. Interrogato sul perché di quell’immagine, ha spiegato che lui costruisce materialmente le protesi ambulatorie per cani incidentati, dopo aver preso le misure dell’animale. E’ uno dei pochi in Italia, e si potrebbe dire nel mondo, che fa questo. Per me, la sua attività, che gli consente di costruire una media di 45 carrelli alla settimana, rientrerebbe a pieno titolo nelle cosiddette “eccellenze d’Italia”, se non fosse che questa nostra società specista, neanche con la pistola puntata alla testa ammetterebbe che fare del bene sia un’eccellenza, mentre le Frecce Tricolori, la moda italiana, le Ferrari e il vino sono, ufficialmente, il nostro biglietto da visita nel mondo.
Peccato per la Mafia, il berlusconismo edonista, Pompei che cade a pezzi e un’infinità di altre figuracce, a livello internazionale, che ultimamente non sono mancate. 

Il signor Ortolan, il cui cognome mi ha fatto venire in mente il principio del Nomen Omen, dato che “orto” è la radice di ortopedia, mi ha dato il biglietto da visita della sua associazione e mi ha mostrato sul cellulare le immagini di una nutria priva dell’uso delle zampe posteriori, che scorrazza in un giardino privato con uno dei suoi carrellini. La nutria, specie che migliaia di contadini, cacciatori ed esperti ambientali vorrebbero veder scomparire, si trova a Pavia presso una famiglia animalista e naturalmente deve rinunciare a nuotare libera nei corsi d’acqua, accontentandosi di una piscinetta di plastica.
All’inizio, circa due anni fa, Alessandro si rifiutava di costruire carrelli per animali tetraplegici, cioè privi dell’uso delle quattro zampe, concentrandosi su quelli paraplegici, che almeno due zampe per camminare le hanno. Poi ha voluto osare l’inosabile e ora ha capito che anche se un cane muove solo la testa, la forza vitale è sempre presente e la soddisfazione, sua personale e del padrone del cane, alla fine non è mai mancata, nei casi in cui Alessandro ha voluto accettare la sfida delle difficoltà pratiche. Tutti gli animalisti considerano il proprio cane come un membro della famiglia ed è logico che farebbero di tutto per tenerlo in vita, come si fa con un parente stretto. Vi sonto stati casi commoventi che hanno fatto il giro del mondo sul web, come il cane Schoep e il suo padrone John Unger, che per farlo addormentare ogni sera lo portava in acqua con sé, onde alleviargli i dolori. La foto dell'uomo e del cane in braccio, in ammollo, è diventata virale.
Se in codizioni normali, a chi abita in appartamento, pesa scendere le scale almeno due volte al giorno, per portare il cane a fare le passeggiate igieniche, figurarsi per quell'uomo che entrava in acqua ogni sera, magari anche con temperature non propriamente confortevoli. Ora Schoep è morto, ha finito di tribolare, e il suo affezionato tutore pure.
Normalmente, una volta prese le misure, il carrellino finito viene spedito per posta ordinaria
al destinatario. In casi d’urgenza si usano i corrieri espresso che consegnano il pacco entro 24 ore, ma ad Alessandro non pesa spostarsi per andare dove richiesto, tanto è vero che l’anno scorso ha fatto quasi duemila Km girando l’Italia per tenere pubbliche dimostrazioni di questa nuova tecnologia in favore degli animali d’affezione, che troppo spesso, per l’ignoranza dei veterinari o per un preteso gesto umanitario, consigliano al padrone l’eutanasia dell’animale.
Ora non ci sono più scuse e io mi auguro che questa tecnologia venga divulgata il più possibile. In questo senso Alessandro è un pioniere propagandista, anche se negli USA esistono da anni aziende che producono carrellini a livello industriale. I prezzi tra il carrellino di provenienza oltreatlantica e i nostrani sono in proporzione da uno a dieci, nel senso che quelli costruiti da Alessandro costano dieci volte di meno. E inoltre, quasi sempre il committente ha urgenza di entrare in possesso dell’attrezzatura, non potendo vedere soffrire oltre il proprio cagnetto menomato. In questo caso, piuttosto che aspettare settimane che il carrellino arrivi dagli Stati Uniti, è meglio rivolgersi al signor Ortolan, che nel giro di una settimana fa avere all’interessato l’oggetto su misura.

Ma quando il cane non ha un padrone che se ne prenda cura, come si può fare? Chi paga? In questo caso rientriamo nell’ottica del volontariato, con associazioni zoofile e animaliste che fanno quello che possono, accettando ben volentieri donazioni e altri aiuti.
Alessandro fa parte di una di queste associazioni e non a caso partecipava a una marcia contro la strage dei cervi. Un uomo straordinario, dal mio punto di vista di Gurdjieff in sedicesimo.

Ora, dovrebbe esservi abbastanza chiaro il senso delle cose. C’è una parte maggioritaria di umanità che crea problemi a tutti, uomini e animali compresi, e c’è una parte minoritaria di umanità, in stile buon samaritano, che cerca di porre rimedio a tali problemi. Immaginate che un cacciatore bellunese non abbia una buona mira, spari a un cervo dalla sua altana e lo colpisca nella spina dorsale, lasciandolo a terra paralizzato. Ecco che, se non intervenisse successivamente con il colpo di grazia, toccherebbe a gente come Alessandro costruire un carrello per il cervo reso volontariamente e malvagiamente  handicappato.
Si capisce che c’è chi distrugge e c’è chi costruisce, ci sono i guerrafondai e gli obiettori di coscienza, c’è chi è avido e chi è generoso, chi vive nel lusso più sfrenato e chi muore di fame.
Si tratta di scelte etiche. Ognuno di noi deve farle e schierarsi da una parte o dall’altra, facendo possibilmente la scelta giusta, dignitosa e degna di un Homo sapiens che voglia essere tale nei fatti e non solo nelle parole.
A parole e a pallottole sono capaci tutti.

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