lunedì 18 novembre 2013

Quando la realtà sfuma nel sogno

 

Avevo rinunciato a portarmi in Madagascar la macchina fotografica proprio per sentirmi più leggero. L'ideale sarebbe stato prendere a noleggio una moto e girare l'isola in piena libertà (i vazaha più ricchi girano in macchina), senza dover viaggiare scomodamente stipati in fondo a un taxi-brousse e senza dover combattere con i procacciatori di passeggeri che s'intromettono con prepotenza durante le contrattazioni con l'autista.
Ci sono francesi di una certa età che girano in lungo e in largo per tutti i bordelli. Sono chiamati zanatani e fanno solo quello nella vita. Vidi un giorno uno di loro portarsi in camera due makurele, forse per far loro interpretare il ruolo di lesbiche. Ognuno si diverte come può e comunque, per venire incontro a ogni genere di clienti, c'erano dei malgasci che bazzicavano la terrazza del La Plage vendendo confezioni di Viagra di fabbricazione indiana. Fatti un po' di calcoli, Maurizio scherzosamente disse che si poteva in teoria fare business, con quelle portentose pastiglie azzurre, dato l'alto costo che hanno in Italia. Il difficile, come nel caso dei vecchi libri in francese, è trovare i clienti giusti.

 Non aveva certo bisogno di Viagra il giovane Lionel Martinelli che mi fu presentato da Alexandro Cesar, patron del Bar de l'amitiè, ad Ambodifotatra. Lionel, terza generazione di una famiglia riminese emigrata a Strasburgo, non parlava una sola parola d'italiano e rappresentava un altro genere di turisti, o meglio sarebbe più giusto dire viaggiatori, che fanno una vita decisamente fuori dall'ordinario. Da cinque anni infatti mancava da casa, ma solo da un anno viveva in Madagascar.
Come facesse a superare lo scoglio dei tre mesi di visto turistico, non ho fatto in tempo a chiederglielo, ma presumo che, in quanto francese, abbia delle facilitazioni rispetto agli altri vazaha europei. Non pagava ventimila ariary a notte come me, perché era alloggiato nella baracca della sua copaine malgascia e quindi probabilmente non pagava niente. Quando li ho conosciuti, sia lui che Alexandro erano ubriachi.

Considerando anche la mancanza di libri e le scarse distrazioni che l'isola di Sainte Marie offre ad un intelletto educato in Europa, non mi è sembrato che Lionel, che passava il tempo in un beato far niente, a torso nudo e in pantaloncini corti, fosse felice. Anche quando nel pomeriggio l'ho rivisto sotto il portico del Bar de l'Amitiè, circondato da donne una delle quali gli accarezzava l lunghi capelli biondi, non ho provato invidia. Sembrava una scena dell'Ammutinamento del Bounty, con i bianchi a sollazzarsi in mezzo alle polinesiane, ma io, giuro, ho provato un senso di desolazione, di sradicamento. Del resto, se Lionel e il suo amico si ubriacavano ogni giorno, qualche malessere, magari per ragioni divere, in fondo all'anima ci dev'essere.
Per quanto riguarda me, a Tuléar ho scoperto che quando avevo la giusta quantità di alcol in corpo, riuscivo a sopportare più facilmente la petulanza dei malgasci, Anzi, vedevo il mondo in giallo, giallo come la birra, così come qualcuno vede la vita in rosa, e ogni cosa mi sembrava divertente, la capra legata a un albero, me che davo la manioca alla capra, la gente che rideva di me e io che ridevo della gente. 
                                                                                                                                                  
Quando, poco dopo, un conducente di pousse pousse mi chiese se volevo i suoi servigi, per una volta tanto, dopo aver detto di no centinaia di volte, gli dissi di sì e feci l'atto di salire, nonostante ci fossero già due passeggeri, due giovani, che capirono l'incongruenza della situazione. Ridemmo tutt'e quattro: io, il conducente e i passeggeri, ma fu la prima e l'unica volta in tre mesi che la faccenda aveva preso una piega ridanciana, grazie all'alcol. 
Tina non rise, come non rideva tutte le volte che mi vedeva un pò sbronzo, e in effetti io non posso diventare un alcolista per sopportare tutti i malgasci molesti che si sentono autorizzati a infastidirmi con le loro profferte. Posso capire che, impegnati come sono nella lotta per la vita, non guardino in faccia a nessuno e prendano di mira particolarmente i vazaha, che i soldi ce li hanno, ma alla lunga, stressando e imbrogliando a tutto spiano i singoli benintenzionati turisti, l'intera popolazione malgascia si dà la zappa sui piedi e due veterani come Franco e Maurizio confermano che nel 2006 c'erano meno turisti che negli anni precedenti. 

Il Melita di Tuléar, di proprietà di due napoletani, rischia il fallimento per mancanza di clienti; bungalow e alberghi restano vuoti un po' ovunque, soprattutto i villaggi turistici a sessantaquattro euro a notte come il Masoandro dell'isola di Santa Maria, e ciò nonostante il governo sta costruendo un aeroporto internazionale sull'ile aux Nattes, a imitazione di quello di Nosy Be. Turisti ne arriveranno sempre di meno, ma intanto si continua a distruggere ciò che resta delle foreste.

Freddy, impegnato come i suoi connazionali nella lotta per l'esistenza, mi diede una prova della profondità della medesima. Ero arrivato in mountain bike fino al punto da dove le piroghe salpano per l'ile aux Nattes.
Per cinquemila ariary, portavano me e la bici sull'isoletta, distante solo trecento metri e mi riportavano indietro. Scesi e feci l'atto di pagare ma il padrone dell'imbarcazione, datore di lavoro di Freddy, disse di no, ché avrei pagato al ritorno, dopo tre ore. Attraversai la piccola isola in bici, lungo sentieri appena tracciati fra la vegetazione e sull'altro versante m'immersi, ustionandomi nuovamente, come mi era già capitato pochi giorni prima presso La Cinque. Arrivato al luogo convenuto dopo tre ore, Freddy e il suo capo non c'erano. Presi un'altra piroga e pagai duemilacinquecento ariary per il trasbordo. Pensai di aver risparmiato gli altri duemilacinquecento che dovevo a Freddy ma, fatti quattro chilometri e fermatomi in un ristorante lungo la strada ecco che, dall'interno, attraverso una finestra, vedo un uomo fermo in mezzo alla strada che mi mostra il palmo della mano nell'universale gesto di saluto. 
Al momento non lo riconobbi. Era proprio lui, Freddy, il mio creditore. Mi aveva corso dietro per quattro chilometri! Benché gli dovessi dei soldi, non mi sentivo in difetto, perché non era colpa mia se non avevano voluto essere pagati quando li volevo pagare, né era colpa mia se non si erano presentati all'appuntamento. Freddy aveva un'espressione seria sul volto, ma, stranamente, non ansimava. Gli diedi subito, appena lo riconobbi il denaro che gli dovevo e lo invitai a sedersi a bere una birra con me. Bevemmo in silenzio, entrambi un po' imbarazzati. Per una volta tanto le circostanze avevano portato un bianco a sfangarla, mentre la norma prevede, come dice Maurizio, che siano i malgasci a metterlo nel culo ai vazaha, anche se questi ultimi stanno con la schiena ben appoggiata al muro. Prima di alzarsi mi chiese altri mille ariary, che gli diedi senza discutere, a mo' di premio per l'esercizio fisico extra che aveva fatto per raggiungermi. Se ne andò contento. Aveva fatto quattro chilometri di corsa a piedi per recuperare la bellezza di un euro, a cui vanno aggiunti i quaranta centesimi di mancia.
                                                                                                                                                  
Probabilmente, uomini come Freddy e donne come le makurele, percepiscono tutta la miseria della loro esistenza, l'umiliazione che il ricco bianco infligge loro, anche se animato da buone intenzioni (le mie amiche makurele mi definivano gentil-vazaha). Probabilmente, covano nellla loro anima una sorda rabbia e un desiderio di rivalsa.
Probabilmente vorrebbero ribellarsi contro lo stato di cose in cui si sentono oppressi, contro la società e le sue leggi. Non tutti si rassegnano e sono disposti a fare quattro chilometri di corsa per un euro e infatti un giorno, sempre sull'isola di Sainte Marie, assistetti allo sbarco di un detenuto.  Fu una scena onirica. Data la scarsità cronica di distrazioni, la notizia dell'arrivo di un criminale si era diffusa e una moltitudine di persone si era data convegno sul molo per accoglierlo. Non volendo perdersi l'insolito spettacolo. Io vidi la scena da una panchina della piazza erbosa dove decine di granchi terrestri avevano la loro tana. 


Ecce, finalmente, homo. E' in borghese, le mani ammanettate, e pure gli sbirri sono in borghese. Chiedo a una donna seduta li vicino cosa avesse fatto: è un assassino. Ce ne sono anche in Madagascar. La pattuglia si dirige verso il comando di polizia, distante quaranta metri. La folla si accoda vociando e sghignazzando. Sembra più una comitiva festosa che va a fare un picnic da qualche parte. Nessuno insulta il reprobo, piuttosto lo canzonano, ma la cosa più incredibile di tutte è che quattro o cinque oche che bighellonavano nei pressi, come succede ovunque ad Ambodifotatra, si mettono in testa al corteo, impettite, strombettando sonoramente con le ali aperte come se fossero loro a capo di quella masnada e sapessero dov'essa era diretta.
Come ho già detto altrove, quasi ogni giorno in Madagascar la realtà sfuma nel sogno.

8 commenti:

  1. Chi è la signorina in foto? g

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    1. Si chiama Aimée (il cognome non l'ho mai saputo). Ha prevalenza di geni negroidi e di mestiere fa.....la Vita.

      E' una makurele che esercita nella capitale, ma mi sono servito di lei solo per un reportage fotografico.

      L'ultima volta che l'ho vista mi disse che era in partenza per Parigi, dove andava sposa a un francese, ma siccome le makurele mentono sistematicamente, potrebbe essere una bugia. Una delle più classiche.

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  2. Mi cade anche il mito delle puttane oneste! Che sia per colpa del maggior amore di lei verso il portafoglio rispetto all'organo maschile? Quanto il danaro ha rovinato la nostra genuina natura animale!! Chissà...nell'opulenta metropoli parigina finirebbe per stare realmente meglio...? Evviva, venga anche lei nel magnifico mondo del consumismo! g

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  3. @Billy, la cosa era già stata analizzata da De Andrè : "C'è chi l'amore lo fa per noia chi se lo sceglie per professione, bocca di rosa ne l'uno ne l'altro lei lo faceva per passione"
    http://www.youtube.com/watch?v=nF0Ac3sNgBY
    per passione sarà una minoranza, per la maggior parte sarà solo una questione di denaro, soprattutto per quelle che stanno nelle strade, poverette....

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  4. Beh lo so...ma pongo due domande:

    1) Se si trasferisce a Parigi, starà realmente meglio? Per lei spero di sì, ma non sono così sicuro, perché le banlieue...sono tremende!
    2) Prostituirsi è realmente una necessità? O possono sopravvivere anche senza prostituirsi? g

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  5. 1) Secondo me dipende da cosa si aspetta dalla nuova vita e dall'ambiente in cui andrà a vivere, certo alcuni ambienti (tipo le banlieue) sono peggio della giungla, è come vivere nella violenza di un carcere...
    2) Non lo so... forse potrebbero sopravvivere ugualmente, però come dice quel proverbio indiano "Prima di giudicare un uomo cammina per tre lune nelle sue scarpe", non me la sento di giudicare alcune scelte...

    Ad ogni modo io ho sempre pensato che le persone di Vita sono persone coraggiose (a meno che non siano costrette da qualcuno), perché si trovano ad affrontare situazioni di tutti i colori, a volte anche la morte...
    Ultimamente alla radio ho sentito che pubblicizzavano un libro delle ragazze in vetrina di Amsterdam, due gemelle settantenni raccontano le loro esperienze anche con un certo humour, il libro si intitola Due vite in vetrina, è stata una breve presentazione, ma dire esperienze di tutti i colori è limitante...

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    1. In Madagascar lo fanno per scelta, perché una ciotola di riso c'è sempre per tutti, ma se vogliono i vestitini eleganti e il motorino allora vanno a cercare clienti.
      Nessun magnaccia le sfrutta.

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  6. Lo fanno perché inconsapevoli, ogni azione compiuta nella fisicità ha il suo corrispondente nell'astralità da gestire nel cambio dimensionale, si divertiranno un mondo!!

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