domenica 20 agosto 2017

Fucilare i musulmani con pallottole intrise di sangue di maiale


Testo di Mario Adinolfi

L'attacco di Barcellona è l'ennesimo, costringe a ripetere parole già dette. Sette assalti in tredici mesi, dalla promenade di Nizza alla rambla catalana, per ripetere lo stesso messaggio: "Abbiate paura, odiamo voi e il vostro stile di vita perverso, se potessimo vi uccideremmo uno ad uno". Firmato: giovani islamici radicalizzati. Nel metodo c'è una metafora: un grosso automezzo che viaggia a zig zag per schiacciare più persone possibile, lanciato a folle velocità anche contro donne e bambini. Noi siamo poca roba, formiche impotenti contro questa novella "locomotiva, lanciata come fosse cosa viva", secondo l'ottica delle nuove bandiere nere dell'anarchismo musulmano. C'è chi fa l'analista di politica internazionale e prova a tranquillizzarci dicendo che "l'Isis sta perdendo terreno ovunque e il suo potere viene meno". Certo, è vero, Isis è in difficolta a casa sua. E questo è molto peggio per casa nostra, non a caso sul web si sono moltiplicati i messaggi che invitano gli islamici europei a trasformare gli autoveicoli in bombe. Se a Mosul e a Raqqa i seguaci di Al Baghdadi perdono, per continuare ad esercitare fascino e potere sul mondo islamico radicale devono portare a segno azioni come quella di Barcellona così da attirare ancora l'attenzione in particolare dei più giovani, che dal disagio sociale ed esistenziale sono trasformati in prede perfette per una militarizzazione da soldati del jihad.


Se l'Isis comincia a colpire in Spagna, con una serie di azioni coordinate come quelle delle ultime ore, c'è da preoccuparsi anche a Roma: la penisola iberica infatti fino a ieri non era stata mai colpita dalle azioni dei seguaci del Califfato e non è irragionevole pensare che l'Isis voglia provare nuovi scenari di guerra attaccando gli anelli deboli dell'Unione Europea e quelli più esposti ai flussi migratori: la Spagna, appunto, e l'Italia. Le ragioni dell'attacco "allo stile di vita occidentale" sono evidentemente di natura religiosa e solo un impeto religioso può portare gli attentatori a uccidere sapendo che verranno a loro volta uccisi. L'isolamento delle frange radicali all'interno del mondo islamico non è ancora avvenuto, di certo non nei territori a dominazione musulmana, ma neanche nelle comunità islamiche in territorio europeo. Sì, arriva di solito il comunicato di qualche riga con cui si condanna l'attentato, ma la verità è che il radicalismo religioso è coltivato nelle moschee di tutto il mondo. Non c'è reale lutto per i morti di Barcellona, di Nizza, di Parigi, di Londra, di Manchester, di Stoccolma, di Berlino: c'è una ben simulata aria dispiaciuta, ma nella sostanza ancora oggi il musulmano moderato non se la sente di puntare il dito nella propria comunità contro il radicalizzato o l'estremista. Non esistono casi di denuncia di islamici contro correligionari radicalizzati in Italia, in Francia, in Spagna, in Germania. Come mai?

Donald Trump venuto a conoscenza dei fatti di Barcellona ha reagito a modo suo, con un tweet in cui ha ricordato il generale Pershing, il più onorato generale della storia militare americana, che vinse la prima guerra mondiale e allevò il trittico di generali che vinse la seconda: Marshall, Patton, Eisenhower. Nel 1911 Pershing era di stanza nelle Filippine, dove gli americani venivano fatti oggetto di continui assalti da parte degli islamici radicali. Pershing ne fece arrestare cinquanta, fece scavare loro la fossa, fece sparare a cinquanta maiali e poi intingendo i proiettili nel sangue di maiale fece uccidere quarantanove dei cinquanta arrestati, liberandone uno affinché andasse a raccontare ai compagni quel che era accaduto. Per quattro decenni non si registrarono più assalti di fondamentalisti islamici nelle Filippine.

Non credo, lo voglio dire subito, che l'evocazione del metodo Pershing sia utile, ma di certo indica una strada. Una strada sbagliata? D'accordo, una strada sbagliata. Ma bisogna indicarne una alternativa: flussi migratori senza sosta né regolamentazione sulle nostre coste, ius soli, sostituzione del lavoratore italiano con centinaia di migliaia e poi milioni di lavoratori sottopagati provenienti dalle zone povere del mondo? No, neanche questa è una strada giusta, sarebbe come offrire il collo al boia per fargli calare la ghigliottina. La soluzione, lo diciamo da anni, è nel vituperato discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. Bisogna partire dal riconoscimento dell'Islam come religione violenta, invocare una sua capacità di riforma che passi attraverso la disponibilità all'incontro contaminante con la ragione e anche con la democrazia, secondo un percorso compiuto secoli fa dal cristianesimo che non per questo ha smarrito la radice profonda della propria Fede. L'Europa deve unirsi davanti al simbolo proprio della sua radice, che è la Croce, per tentare di respingere l'ennesimo assalto di un Islam che da quattordici secoli assedia il nostro continente con l'obiettivo di "sottomettere gli infedeli". L'Europa ha sempre resistito unendosi sotto il vessillo della Croce, unica vera matrice comune riconoscibile. Il rifiuto del cristianesimo è alla base del tracollo dell'Europa stessa, il suo recupero può essere base per la rinascita.


Affinché, quando dovessero chiederci per quali valori noi ci opponiamo all'odio del fondamentalismo islamico, possa spuntare un risposta cristiana: "Mi batto per l'amore, la libertà e la verità, che sono pieni solo in Cristo".

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