martedì 26 agosto 2014

La consegna dei doni


C’è più felicità nel dare che nel ricevere, disse Gesù. Come consuetudine, quando siamo ospiti del nonno di Tina, portiamo doni. Ma Fanolihany, a differenza di Cesare (Timeo Danaos ut dona ferentes), non sospetta alcun inganno da parte mia, il vazaha. Anzi, anche stavolta è stato ben felice di ricevere quattro pacchi di tabacco da masticare, un sacco di riso da 50 Kg, un paio di pantaloni corti e una maglietta, oltre al rhum e alla birra che abbiamo comprato sul posto. 


Alla sua convivente Maria, separata con due figli grandi  ma un po’ più giovane di Fanolihany, ho consegnato diversi pacchetti di caffé macinato e mi pare che Tina si sia occupata anche di lei, per quanto riguarda il vestiario. Rispetto al mio primo viaggio a Besely Nord, devo rilevare che la crisi economica mondiale ha introdotto anche qui, nella brousse, diversi peggioramenti. Per esempio, cinque anni fa tutte le capanne avevano le lampade a petrolio. Oggi tutti hanno dovuto rinunciarvi per mancanza di denaro e per me è un mistero come le massaie possano cucinare con il buio. L’unica luce disponibile è quella della legna bruciata per far bollire il riso. Di notte, disteso sulla stuoia fuori dalla capanna, è bello osservare il firmamento, con la via lattea che si vede benissimo, anche se Tina mi chiede perché lo faccio. Quando Fanolihany mi intravedeva nel quasi buio della notte stellata disteso supino, pensava che dormissi, ma era mamo, ubriaco, ed è difficile spiegare le cose a un ubriaco, per giunta in una lingua straniera. E comunque, essendo la vita degli abitanti della brousse tutta incentrata sulle cose materiali, sulla sopravvivenza, spiegare cosa sia la contemplazione e cosa sia per un vazaha il bello e la bellezza, è come spiegare i colori a un cieco.

Non si devono però intendere queste mie parole come se fossero dette con alterigia o disprezzo, perché io sento di avere molto rispetto per queste persone che fanno tutto sommato una vita semplice e sicuramente meno stressata della mia. E’ una vita, da sempre, crisi o non crisi, scandita dal ciclo nictemerale. Si alzano dalle stuoie o dai materassi (chi ce li ha) un po’ prima del sorgere del sole, che ai tropici è puntuale tutte le mattine dell’anno, come il tramonto, e cominciano a spiattellare o, nel caso del vicino di capanna che aveva cominciato un lavoro di falegnameria già il giorno prima, a segare assi di legno. La colonna sonora del mattino restano comunque i galli, che non hanno un orario fisso e possono mettersi a cantare anche alle due di notte.

Qui a Besely Nord ci sono solo pecore, capre, qualche raro zebù e galline. Pulci nei letti e sulla sabbia a volontà. Cani scheletrici. Anatre e oche no, perché non avrebbero nemmeno una goccia d’acqua a disposizione. Ora, nella seconda metà di agosto, non c’è frutta e bisogna aspettare ottobre per i manghi, che non sono nemmeno buoni e provocano disturbi intestinali. Tutto sommato, l’apporto nutritivo di queste persone è assai scarso e si capisce perché la vita media è bassa rispetto agli abitanti di città. Verdura neanche a parlarne. Solo mais e manioca sono sempre disponibili.

Ciò nonostante, rispetto al 2009 e per le stesse ammissioni di Tina, il numero dei bambini è aumentato. Infatti, me ne sono accorto anch’io e ha fatto bene Tina a portare una buona scorta di bon bon, di quelli pieni di coloranti. Quando mi trovo in Madagascar devo venire spesso a patti con la mia coscienza. Ci sarebbero troppe cose sbagliate da aggiustare, cominciando dalle pentole di alluminio chiamate Cocotte, pesantissime e tradizionalmente usate per cucinare riso e carne. Lasciando il cibo nella pentola durante la notte, le particelle di alluminio, che è un metallo pesante, passano nel cibo e finiscono per intossicare l’organismo di chi lo mangia. Spiegare questo semplice fenomeno di chimica a 17 milioni di malgasci è impresa improba. Idem con l’enorme mole di cibo spazzatura che la gente ingurgita per abitudine, proveniente per la maggior parte dai paesi arabi. Ci sono però anche piccole scatole di metallo che secondo la dicitura vengono da un paese della Campania e contengono una salsa concentrata di pomodoro che qualunque pittore figurativo potrebbe usare al posto del rosso carminio. Io e Tina lo usiamo per farci gli spaghetti e ci appelliamo al nostro - si spera funzionante - sistema immunitario per cavarcela.

Tutta questa lunga requisitoria su come la gente mangi male era solo per dire che in città c’è una diseducazione pazzesca per quanto riguarda il cibo confezionato, mentre nella boscaglia si muore e ci si ammala per mancanza di vitamine derivanti da frutta e verdura. L’anno scorso, infatti, con la stagione dei manghi, Enoliky non la smetteva di venirmi dietro chiedendomi di comprargliene.

Stavolta, avendolo preso in simpatia proprio perché tutto il villaggio lo tratta male a causa del suo handicap mentale e linguistico, gli ho portato una macchinina di plastica, che di sicuro i suoi genitori non gli avrebbero comprato mai. Anzi, per essere più precisi, sia i pantaloncini che gli abbiamo comprato l’anno scorso, sia quelli che gli abbiamo portato quest’anno, probabilmente sono stati venduti dalla madre per avere soldi con cui comprare cibo. E non la si può certo biasimare. Di fatto, fattigli indossare braghe e maglietta nuovi, dopo dieci minuti era vestito come prima, perché nella brousse, sia d’inverno che soprattutto d’estate, i bambini non hanno bisogno d’indossare magliette. Bastano i pantaloni e il pareo da usarsi in mille modi, per ripararsi dal freddo e come tovaglia per evitare il contatto con la sabbia quando ci si stende all’ombra.

Tina avrebbe voluto farlo spogliare davanti a una platea di un centinaio d’occhi curiosi ed Enoliky, che ha 15 anni ma di testa è ancora bambino, lo avrebbe fatto, se non fossi intervenuto io portandolo in casa.

Enoliky, che da quando nel dicembre scorso l’ho trattato con rispetto mi chiama zaza, nonno, non si rende conto di quanto fastidioso può essere e sono gli adulti, Fanolihany e Tina stessa a cacciarlo via, quando mi si avvicina troppo. Devo dire però che tutti i bambini vengono trattati rudemente dagli adulti, perché questa è una consuetudine della brousse: si è sempre fatto così e sempre si farà. A Tina, senza per altro molta convinzione, ho citato il detto evangelico “Lasciate che i fanciulli vengano a me”, ma io per lei sono Belzebub e le cose che dico non contano. I bambini, per mie reminiscenze didattiche, devono però sempre e comunque essere trattati con grazia e amorevolezza.

Tanto è vero che ho cercato di dare una spiegazione del fatto che Odillon, nonostante i suoi sei o sette anni, continui a bagnare il letto di notte. E’ perché vuole attirare l’attenzione. Vuole il padre Toetra, che normalmente vive lontano da lui. Vuole essere trattato con amore come il suo fratellino Sammy, di tre anni. In pratica, potrebbe essere una sindrome di Peter Pan. Odillon non vuole crescere, come Oskar Matzerath, il protagonista de “Il tamburo di latta”, di Gunter Grass. Apportare conoscenza è forse il miglior dono che gli si possa fare, ai malgasci, sempre che siano disposti ad accettarlo e non accampino la scusa delle loro spesso stolte tradizioni.

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