mercoledì 1 agosto 2012

Prima della cura. Dopo la cura




Ovvero, tre sabotaggi in cerca d’autore. E cominciamo con due autori: Mauro Corona ed Eduardo Galeano. Poi parlerò dei sabotaggi. Corona ha scritto “La fine del mondo storto”, Galeano “A testa in giù”. Tra i due non c’è confronto: rozzo montanaro il primo, fine intellettuale umanitario il secondo, ma ciò che li accomuna è la consapevolezza che in questo mondo agiscono meccanismi distorti che portano a risultati disastrosi e che meriterebbero d’essere rettificati, corretti o se possibile eliminati del tutto.

L’unica cosa che serve per far sì che il male trionfi, è che gli uomini buoni non facciano nulla (Edmund Burke). E dunque, laddove si può intervenire con le nostre limitate forze, diventa doveroso farlo, giacché anche una goccia nell’oceano renderà significativa la tua vita (Albert Schweitzer), il battito d’ali di una farfalla può scatenare cicloni lontani (Edwuard Lorenz) e il raggiungimento della massa critica può far lievitare il pane fino al punto di renderlo edibile (Gesù nei Vangeli e Lyall Watson).



Fatta questa miscellanea di citazioni, voglio solo aggiungere che se presso una pensilina frequentata da studenti si legge la parola “figa” e se si è muniti di pennarello, si può mettere una “i” davanti, trasformare la “a” in una “e” e aggiungere “nia” in finale di parola.
Il risultato sarà il dolce nome della figlia di Agamennone e Clitennestra, gli studenti curiosi che lo leggeranno andranno a cercarla su wikipedia e noi avremo reso il mondo un po’ meno volgare.
Io questo non l’ho mai fatto, non essendomi mai capitata l’occasione di farlo, ma l’anno scorso ho voluto cancellare con la vernice spry bianca la scritta su un muro davanti alla scuole medie di Codroipo.
La scritta diceva semplicemente: “W la figa”, a riprova della fissazione nevrotica del suo autore, nonché della sua scarsa fantasia. Quando mi sono recato sul posto in ore antelucane, perché spruzzare vernice su un muro esposto al pubblico è, oltre che un reato, anche imbarazzante, ho avuto la sgradita sorpresa di scoprire che l’ugello della bomboletta era intasato e non usciva niente.
Così, non potei rendere il mondo meno volgare. Per fortuna, dopo qualche tempo, penso che siano intervenuti gli operai del Comune a coprire l’insana espressione, esposta ad occhi immaturi, ma anche loro non hanno fatto meglio di me, dato che la vernice non era abbastanza coprente e la scritta sottostante si leggeva ancora.
Coprire una volgarità sui muri – o almeno provarci – è lecito o illecito? Se lo si chiede ai writers, hanno la risposta pronta e qualche giorno fa alcuni di loro hanno picchiato un passante che li rimproverava.
Raccogliere le deiezioni dei propri cani o le bottiglie gettate nei prati da gente incivile è meritorio o riprovevole?
Io faccio entrambe le cose, quando passeggio in città con Pupetta e quando vado al Tagliamento. In quest’ultimo caso,  quasi sempre il mio zainetto si riempie di barattoli e bottiglie, di vetro e plastica.
E’ con lo stesso spirito che alcuni amici che non vogliono essere menzionati per esteso mi hanno inviato 
alcune foto delle loro azioni di sabotaggio nei confronti del circo di Nando Orfei, di una sagra venatoria e dei distributori di veleno per topi.
Gli Orfei hanno una lunga tradizione di oppressione ai danni degli animali e poco conta che Nando abbia recentemente abbandonato l’uso delle belve.
Avendolo fatto non si può che rivolgergli un encomio, sempre che lo abbia fatto per motivi etici e non solo perché mantenere tigri e leoni gli veniva a costare troppo.
Ad ogni modo, gli amici che gli hanno fatto a pezzi i cartelloni pubblicitari legati ai lampioni e agli alberi cittadini hanno fatto bene a punire uno dei peggiori aguzzini di animali, dal momento che, come dice la Bibbia, le colpe dei padri ricadono sui figli e qui non è passata neanche una generazione dato che fino all’altro giorno era Nando stesso a tormentare i suoi schiavi animali.
Peccato che due o tre giorni dopo i suoi inservienti ne abbiano rimessi altri nello stesso posto di quelli distrutti.
Idem con i cacciatori di Bertiolo. Lo striscione esposto sulla provinciale Napoleonica, dopo essere stato asportato e tagliuzzato, è stato rimpiazzato, dopo una decina di giorni, con uno nuovo fatto dalla stessa ditta che aveva stampato il primo.
A questo punto, mi piacerebbe domandare ai miei amici sabotatori se per caso non sono andati nottetempo a fare una visita alla ditta che li stampa, lasciando magari qualche regalino, come traccia del loro passaggio. Così, magari, il prossimo anno, quando gli uccellatori si ripresenteranno, ci penserà due volte prima di accettare l’ordinazione.
E’ così che si fa: snervarli e pizzicarli sui fianchi.
Esattamente come i miei amici fanno da tempo con l’antropocentrico Comune di Codroipo, che a suo tempo ha deliberato di stanziare TOT soldi per combattere la fauna murina.
Anche l’uso delle parole è importante. Se avessi detto “derattizzazione”, nessuno avrebbe battuto ciglio, ma se invece parlo di “fauna murina” la gente si chiede prima di tutto cosa vuol dire murina e pensa che si tratti di animali importanti per i biologi e degni di conservazione.
Se invece dicevo ratti, pantegane o topacci, subito una smorfia di disgusto si stampava sulla faccia degli ascoltatori, a riprova che stereotipi negativi sono stati inculcati nelle nostre sforacchiate menti assorbenti.
E non riusciamo a ragionare in termini diversi.
E’ notizia di questi giorni che un nigeriano è a piede libero a Treviso pur avendo una malattia contagiosa. Se l’articolista del Gazzettino scriveva “I negri portano malattie”, avrebbe suscitato le ire dei benpensanti, ma avrebbe solo detto la verità: un africano è giunto tra noi con una malattia tropicale molto pericolosa e contagiosa. Un ipotetico cronista inca dell’epoca di Cortez e Pizzarro avrebbe potuto scrivere “I barbudos bianchi portano malattie”, e anche lui avrebbe solo detto la verità, viste le stragi di indios a causa di varicella e raffreddore portati dagli spagnoli.
Con i ratti è stato facile. Dalla Peste Nera in qua è stata tutta una diffamazione. Alla fine è diventato un business.
Migliaia di euro di denaro pubblico si spendono per diffondere esche avvelenate nel territorio. I ratti muoiono tra atroci sofferenze, ma lo fanno lontano dagli occhi della gente, perché se lo facessero sotto i suoi occhi, la farebbero godere di piacere, sadici come sono gli esseri umani, condizionati mentalmente.
Io penso che quel nigeriano sia fortunato a trovarsi in Italia e dovrebbe approfittare per curarsi e penso che i ratti siano delle brave persone, spazzini per vocazione, malfamati e perseguitati da gente ignorante.
I miei amici liberazionisti di A.L.F. fanno bene a distruggere le scatolette nere dei veleni, poste in luoghi strategici. Vediamo chi, tra il Comune di Codroipo e i miei amici sabotatori la spunterà e chi mollerà prima.
Voi per chi parteggiate?

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