venerdì 29 agosto 2014

Il vazaha medio



E’ stato proprio lì, presso il chiosco di Madame Mboho, che nel dicembre scorso scambiai qualche parola con un italiano sceso dal fuoristrada per comprare qualcosa, venendo a sapere che era ligure ed era venuto in Madagascar con un amico per praticare la pesca subacquea. Le bombole, le pinne, le maschere e i fucili da pesca che spuntavano dalla vettura avvalorarono le sue parole. Quando se ne andò, gli dissi sorridendo: “Non posso augurarvi buona pesca, ma posso augurarvi buon viaggio”. E’ stato sempre lì che ho conosciuto Pierre, il francese che insieme alla sua guida mi chiese dove potesse comprare della carne ed io, benché animalista, lo condussi al mercato dove abitualmente c’è il banco del macellaio. Poi ritornai indietro e dopo un po’ vidi tornare anche lui davanti al chiosco di Madame Mboho, insieme alla guida che reggeva per le zampe una gallina. Se prima ero stato ben disposto nei suoi confronti, poi non devo aver avuto un’espressione molto amichevole, considerato che permetteva al suo accompagnatore di maltrattare quel povero pollo come fanno abitualmente tutti i malgasci. Qui lo vediamo con me in una foto ricordo scattata da Tina il 21 agosto scorso.

giovedì 28 agosto 2014

Il festival delle donne senza mutande

 
Ogni giorno, stando in Madagascar, se ne impara una nuova. La mia informatrice privilegiata, mentre eravamo ospiti di suo nonno Fanolihany, mi ha raccontato che venerdì 22 agosto, presso Marolinta, ci sarebbe stata la festa annuale di Hasomanga (l’albero dei manghi) e infatti, già martedì sera erano arrivati alcuni suoi parenti Tanalana da Koritsiky, portando con sé uno zebù da sacrificare. Lungo la strada tra Besely Nord e Itampolo, il giorno dopo, tutte le persone che ho incrociato andavano a Marolinta, per partecipare proprio a quella cruenta festa di sangue, per loro del tutto normale, del resto. Tina mi aveva detto che in questa annuale occasione si uccidono anche 80 zebù, ma il giorno dopo abbiamo saputo che gli omby uccisi sono stati “solo” 33. Evidentemente, anche qui si deve constatare l’arrivo della crisi economica mondiale. La cosa che però, nella tragedia, mi ha fatto ridere è che il capo del distretto, un settantenne di nome Efandierany, vale a dire il capo dei capi villaggio, ha stabilito per quest’anno che le donne vengano alla festa senza mutande e reggiseno. Le code degli zebù, come consuetudine, vanno tutte a lui, saranno messe ad essiccare al sole e costituiranno ottimi spuntini per i mesi a venire. Essere capo distretto ha i suoi vantaggi. Ma ha anche i suoi svantaggi, come vedremo fra poco.

mercoledì 27 agosto 2014

E’ successo ancora!



Quando Tina me lo indicò, mentre, con un gomito appoggiato al bancone del bar sorseggiava un Pastis parlando con un altro francese, a me sembrò molto più vecchio dei suoi 58 anni. Tina abbassò la voce dicendomi che si chiamava Benno e nella vita aveva fatto il mercenario, vuoi perché si rendeva conto di parlare di una persona a pochi metri da noi, e che avrebbe potuto capire e non gradire di essere oggetto delle nostre attenzioni, vuoi perché i vazaha che uccidono per mestiere suscitano un certo rispetto nei malgasci, che di solito uccidono quando sono ubriachi e per motivi venali. Fatto sta che anche per me la figura del mercenario, di quelli alla “Beau Geste", per intenderci, richiama alla mente la Legione Straniera e, necessariamente, una vita avventurosa e spericolata. Benno, a cui mi piace attribuire il nome di Jacques, non so perché, non è morto colpito da pallottola o da un colpo di macete, ma annegato nel mare di Anakao il 26 luglio 2011. Ovvero due anni dopo che l’avevo visto io nel bar del Sud Sud. 

Fuga da Alikatraz


Se fossi un cane, come mia moglie ne è convinta, cercherei di scappare dal Madagascar, ma ovunque scappassi alla fine incontrerei il mare. E allora, in questa immensa prigione a cielo aperto che è la Grande Isola, piccolo cortile del più vasto pianeta Terra, non ci resta altro, a noi cani a due e a quattro gambe, che tirare alla fine della giornata cercando di farci fare meno male possibile dai Kapò aguzzini che si credono padroni. I quali, basta che gli metti un famaki ben affilato in mano, un’accetta da boscaiolo, e si credono dei padreterni. Martedì pomeriggio, mentre maturavo la consapevolezza che non sarei riuscito a collegarmi a internet per spurgare terapeuticamente le mie frustrazioni di straniero in terra straniera, sono arrivati i parenti da Koritsiky, tra cui la madre naturale di Tina. Tutti Tanalana. E c’era un elemento in più di fronte alla casa di Fanolihany: un omby legato a un albero di samata. Tina mi ha detto che ogni villaggio ne porta il più possibile per macellarli durante la festa di venerdì 22 agosto, chiamata Hasomanga, che si tiene ogni anno presso Marolinta. I Tanalana di Koritsiky, il loro, lo avevano legato proprio davanti ai miei occhi. Così, aspettando di sentire i suoi muggiti tutta la notte, notte insonne e amara, ho cercato di spiegare a Tina la differenza tra dolore fisico e dolore morale e, inaspettatamente, Tina l’ha capita. A poco mi serviva pensare che lui, lo zebù da sacrificare alla ferocia umana, non fosse consapevole di ciò che lo aspettava di lì a due giorni. Io lo sapevo e soffrivo nel vederlo così placido a masticare le ramaglie che gli avevano messo a disposizione. Non potevo fare a meno di pensare al freddo acciaio che avrebbe posto fine alla sua vita di prigioniero della Grande Prigione.

martedì 26 agosto 2014

L’ultima Crociata



Francesco Spizzirri, più di me innamorato del Madagascar, fino al punto di averlo incrementato demograficamente con una bellissima bambina di nome Nathalia, mi ha mandato un articolo di Giampaolo Pansa che, riferendosi alle parole del Papa, sostiene che è iniziata la terza guerra mondiale, esprimendo nel contempo l’esigenza di chiudere subito l’operazione “Mare nostrum”, perché, come disse il vescovo di Mosul, noi italiani non sappiamo chi si nasconde in mezzo ai migranti. Mi ero ripromesso di non pubblicare altro che notizie e sensazioni del Madagascar, fintanto che mi fermo nella Grande Isola questi tre mesi estivi, ma l’articolo del noto scrittore giornalista mi ha fatto riemergere la vena complottista che avevo sotterrato e mi spinge a fare alcune considerazioni. 

Boscaglia batte tecnologia tre a zero



Sono partito da Tulear con la speranza che a Besely Nord ci fosse campo per la mia chiavetta prepagata Orange, poiché Tina mi aveva detto che i cellulari in certi punti funzionano. Sono partito con la speranza che la nonna di Odillon e Sammy, che a Besely Nord offre servizio di telefonia pubblica, mi permettesse di alimentare il computer, visto che la batteria si sarebbe esaurita subito, ma ho dovuto constatare che avevo lasciato a casa l’adattatore e la nonna di Odillon aveva solo le prese di tipo francese, mentre il mio Apple è alimentato con una presa tedesca. Dunque, un primo rimprovero lo devo rivolgere a me stesso e alla mia mancanza di previdenza. Ma le cose sono più complicate di così e i miei tentativi di trovare un adattatore sono andati a vuoto. Non solo in tutto il villaggio che, non dimentichiamolo, è privo di corrente elettrica, d’acqua e fognature, ma anche al mercato del giorno dopo, martedì 19 agosto, di adattatori sulle bancarelle nemmeno l’ombra. C’erano torce elettriche, batterie di diverse misure, candele e fiammiferi, ma di materiale elettrico neanche l’ombra.

La consegna dei doni


C’è più felicità nel dare che nel ricevere, disse Gesù. Come consuetudine, quando siamo ospiti del nonno di Tina, portiamo doni. Ma Fanolihany, a differenza di Cesare (Timeo Danaos ut dona ferentes), non sospetta alcun inganno da parte mia, il vazaha. Anzi, anche stavolta è stato ben felice di ricevere quattro pacchi di tabacco da masticare, un sacco di riso da 50 Kg, un paio di pantaloni corti e una maglietta, oltre al rhum e alla birra che abbiamo comprato sul posto.