martedì 2 settembre 2014

Beply il buffoncello


Noi lo abbiamo sempre chiamato Beply, ma da giovane si chiamava esattamente così e faceva il coltivatore. Poi, quando si sposò una prima volta, fece anche il guardiano insieme a sua moglie. Fu per caso o per premeditazione, visto che l’ambiente sociale non aveva niente in contrario, che Beply cominciò a ubriacarsi e a fumare jamala, la marijuana di produzione locale. La moglie non era per niente d’accordo di avere un marito sempre sballato e lo lasciò, ma il primo figlio, un maschio, era già nato. Poi Beply rinsavì per quattro anni, durante i quali non toccò un goccio, che è uno, di toakagasy, né fumò uno spinello, che è uno, di jamala. E in quel periodo, poiché Zanahary, nella sua infinita bontà, concede sempre una seconda chance, Beply trovò e sposò una seconda donna e riprese a fare il coltivatore e il guardiano. Se non che, forse perché la vita matrimoniale non gli era consona, ricominciò a fumare jamala e a bere toakagasy e anche la seconda moglie lo lasciò, ma un secondo figlio era già nato, un altro maschio. Ora Beply è irrimediabilmente adala adala, scemo, non fa più né il coltivatore, né il guardiano e se non avesse i due figli che provvedono a lui, sarebbe costretto ad affidarsi alla pietà del Signore Zanahary. 

lunedì 1 settembre 2014

Materiale scolastico disponibile



Questa è solo una piccola parte delle migliaia di pennarelli e di penne biro che Aimone Del Ponte è riuscito a salvare dal magazzino di un’associazione umanitaria francese che non è riuscita a distribuirli ai diretti interessati. Buttati in un mucchio c’erano anche 580 libri per bambini, in francese, che Aimone ha inventariato e che sono costituiti in parte anche di sussidiari scolastici. Chiunque sia residente in Madagascar e abbia contatti con maestre o presidi o voglia dare inizio a qualche scuola privata volta ad educare i più piccoli, mi scriva in privato e io lo metterò in contatto con Aimone, il quale è ben felice che il materiale scolastico non vada sprecato e serva allo scopo per cui la Comunità Europea lo aveva destinato.

Tagliatori di teste



In questi giorni mi sono fatto un’abbuffata dei commenti di Luogo Comune, sulla presunta decapitazione del giornalista americano James Foley. Poi, tanto per restare in tema, Francesco Spizzirri mi manda un sito in cui c’è una discreta collezione di teste mozzate in Siria e infine Tina mi legge la notizia del Gazetiko su un uomo di 50 anni di Andapa, nel nord del Madagascar, che il 14 agosto scorso è stato scoperto dalla moglie insieme alla sua amante, molto più giovane, e per questa ragione la moglie voleva chiedere il divorzio. Preso da un raptus, con il timore di essere abbandonato, il cinquantenne l’ha pugnalata e, già che c’era, ha ucciso anche il cognato giunto in soccorso. Entrambi, poi, sono stati fatti a pezzi. In questo caso, essendosi l’episodio verificato in un paese del Terzo Mondo, è difficile parlare di omicidio dovuto a microchip cerebrale o ad altre diavolerie tecnologiche azionate da remoto, ma si deve parlare di pura e semplice perdita del lume della ragione. Se non che, appena accortosi del macello che aveva combinato, l’uomo si è dato alla fuga, raggiunto però in breve dalla folla inferocita che non ha mancato di linciarlo a forza di botte. Sopraggiunti i due figli adulti dell’uomo, questi hanno provveduto a spiccargli la testa dal busto e, avendolo fatto a sangue freddo, a differenza del padre che aveva agito sotto l’influsso della collera, a me fanno ancora più paura, trattandosi oltre tutto dei figli stessi, e mi viene il sospetto che il germe della follia, in quello specifico caso, fosse ereditabile. Sul luogo dove l’uomo è stato decapitato, poi, si è debitamente provveduto a sacrificare un omby, affinché il sangue dell’animale sacro per eccellenza in Madagascar purificasse il terreno. Anche lo zebù è stato decapitato.

Ho le prove!


Finalmente, dopo anni che ne sento parlare, posso dire di avere le prove che un traffico di ossa umane, in Madagascar, esiste, giacché ne ho visto un sacco gettato ai piedi di un albero durante la passeggiata che io e Tina abbiamo fatto nella vicina foresta di manghi domenica 31 agosto. Anche la mia testimonianza visiva, come succede con gli avvistamenti ufologici, è già una prova del fatto che questo preciso fenomeno è reale. Resta da capire chi è il mandante, cioè a cui prodest, poiché continuo a rifiutare la versione fornitami da mia moglie secondo la quale a comprare ossa di morto sono i vazaha. Io propendo piuttosto per gli stregoni, conosciuti con il nome di ombiasy. Tuttavia, che in Occidente vi sia richiesta di parti del corpo umano è acclarato e le tre principali categorie di compratori sono le industrie farmaceutiche, i ricchi anziani che abbisognano di organi per i trapianti e quei degenerati che fanno “snuff movie” e sacrifici umani. Di quest’ultima categoria di criminali si sa poco, ma sappiamo che esiste perché ne vediamo gli effetti e ogni tanto se ne parla in cronaca nera. Riguardo al traffico di organi per i trapianti, anche questo criminale, si parla di bambini rapiti in Sudamerica e in altre parti del mondo, non escluso il Madagascar, mentre con le industrie farmaceutiche già ci muoviamo nell’ambito della legalità.

domenica 31 agosto 2014

Il microchip della brousse


Il signor Morabe è un quarantenne Tanalana che abita a Besely Nord e, come tutti i martedì, se ne andava a spasso per il mercato settimanale con il suo lefo, la sua lancia tradizionale, come del resto fanno tutti i Tanalana da quelle parti. Senonché, quella mattina di un martedì dell’aprile scorso, c’erano tre personaggi che non sempre si fanno vedere al mercato. Erano armati di fucili, che portavano a tracolla e che fanno parte della normale dotazione della polizia rurale di Itampolo. Siccome c’è un provvedimento governativo volto a limitare gli omicidi della brousse, dovuti alle troppe armi bianche in circolazione, uno dei tre poliziotti intimò a Morabe di consegnargli la lancia, mentre gli altri due, forse meno masiaka, cattivo, del loro collega, stavano a guardare. Ovviamente, Morabe si rifiutò di consegnare il suo amato lefo e per tutta risposta Manandaza, il poliziotto masiaka, di etnia Masikoro, lo colpì su un braccio con il calcio del fucile. Morabe gli restituì il favore con un pugno sul mento, abbastanza doloroso se si considera che Morabe portava al dito anulare un grosso anello di metallo. Manandaza cadde a terra con un gemito e i suoi due colleghi agguantarono Morabe e gli misero le manette ai polsi. 

Paga il giusto per il peccatore


Martedì 26 agosto, poco dopo le 23.00, un aereo Air France proveniente da Parigi si trovava già a 400 metri d’altitudine in fase di atterraggio sul cielo di Antananarivo. La pista dell’aeroporto di Ivato, però, era invasa dai dipendenti di Air Madagascar in sciopero e agli operatori della torre di controllo non restò altro da fare che negare il permesso di atterraggio. Il pilota del Boeing si alzò di quota e puntò su Saint Denise, nell’isola di Reunion, che è di proprietà francese. Sconcerto a bordo fra i passeggeri che hanno dovuto sobbarcarsi altre due ore di volo, con i loro programmi scombussolati. Air France naturalmente ha pagato loro l’albergo, come di prammatica in questi casi. I dipendenti di Air Madagascar avevano invaso la pista per protestare proprio con la compagnia di bandiera francese, che non vuole più permettere i voli di Air Madagascar tra la Grande Isola e l’aeroporto Charles De Gaulle. Si tratta di una questione di concorrenza perché Air Madagascar fa prezzi più bassi rispetto ad Air France, che vuole il monopolio dei collegamenti. 

sabato 30 agosto 2014

Lasciate che i bibi vengano a me

  
Lasciate che i bibi vengano a me fa il verso alla più famosa frase evangelica che ultimamente si usa spesso, con una emme al centro, in riferimento ai preti pedofili. In realtà, bibi in malgascio significa animale e Tina è già qualche anno che mi chiama “bibi professeur”. E infatti, la molla che mi spinse nell’estate del 2006 a decidere di fare una capatina in Madagascar, dove ero già stato una prima volta nel 2003, prima di affrontare l’Africa vera e propria, furono gli animali, che studio e ammiro fin da bambino. Tuttavia, stante i condizionamenti mentali della mia guida, che riesce ad aver paura anche quando non serve e che mi contagia con le sue paranoie, in questo mio decimo viaggio in Madagascar non sono andato molto alla ricerca di animali e Tina non si sbatte più di tanto per accondiscendere ai miei desideri. La foresta di manghi che abbiamo vicino casa, per esempio, a suo dire è frequentata dai malaso anche di giorno. Figuriamoci di notte. Se dunque posso dire addio ai lemuri notturni come il microcebo murino o al fossa che lemure non è, posso almeno sperare di vedere e magari anche fotografare animali diurni, se non altro quelli che incontriamo durante le passeggiate su percorsi a suo dire sicuri. E’ stato così che abbiamo trovato un grosso granchio sulla spiaggia di Itampolo, che cercava di difendersi dal ragazzino aguzzino di turno, che lo voleva trafiggere con un bastone.