giovedì 31 luglio 2014

Non c’è pace fra i fichi d’india



Di ritorno dalla visita ad Aimone Del Ponte, siamo venuti a sapere che una vicina di casa di nome Soary e di etnia Masikoro era entrata come una furia nel cortile per aggredire Tina, profferendo brutte parole al suo indirizzo. Il fratellastro di Tina che vive nello stesso cortile e svolge funzioni di guardiano, Zainoly, l’ha mandata via dicendole che non aveva l’autorizzazione ad essere lì. Era successo che la figlia di Soary, Masany, aveva litigato con la coetanea Annika, (in foto) figlia di Tina e le aveva fatto un graffio sul braccio. L’undicenne Annika aveva risposto con un ceffone e Masany era andata a piangere da sua madre. Da lì, la reazione istintiva della donna di andare a cercare Tina per continuare la lite che era stata cominciata dalle due bambine. Tale la madre, tale la figlia, si potrebbe dire. Forse inconsciamente, mossa dall’invidia verso la compaesana che è riuscita a sposare un vazaha e conoscendo il caratteraccio di Tina, sperava che quest’ultima reagisse alla sua provocazione, in modo da poterla denunciare. A pagare, ovviamente, sarebbe stato il sottoscritto, per un litigio cominciato da una bambina.

Morire in Madagascar


Fu il primo a dare inizio alle danze, la sera precedente al mio matrimonio. Eravamo nel quartiere di Analatsimavo, dove vive la famiglia di Tina e la musica andava a tutto volume, come sempre in Madagascar. Avevo già svolto il mio dovere di pretendente alla mano di Tina, portando due bottiglie di rhum al padre. E meno male che non ho dovuto portare in dote animali vivi! Le bibite e gli snack per bimbi e signore già circolavano e Justin, conosciuto anche con il suo nome malgascio di Bohaboha, cominciò per primo a danzare, per quel tanto che l’artrite gli permetteva. Poi cominciarono le donne, come si vede nella foto successiva. Justin è morto il 5 luglio scorso, quando sono partito dall’Italia, ed è stata la dissenteria a ucciderlo. Aveva 80 anni, età ragguardevole se si pensa che l’età media in queste contrade si assesta sui sessant’anni. Mio padre, per fare un paragone, è morto a 82 anni in un letto d’ospedale, da solo, per arresto cardiaco.

mercoledì 30 luglio 2014

Il mio testaimone di nozze



Il mio testimone di nozze si chiama Aimone Del Ponte, è originario di Aviano, dove faceva il macellaio, e ora vive a Tulear da dieci anni. Qui lo vediamo all’estrema sinistra, il più serio del gruppo di cinque. Sono andato a trovarlo a casa sua per chiedergli in prestito un paio di libri, lasciandogli in cambio quello che ho finito di leggere da poco. Sapevo già che non ha un buon rapporto con gli animali, visto anche il lavoro che faceva in Italia, ma quando sono entrato in cortile e ho visto i due alika molto magri gli ho fatto notare che per essere cani di un macellaio sono piuttosto magrolini. Al che mi ha risposto che lui non se ne occupa, se mangiano è solo perché Ivette, la sua compagna malgascia,  gli dà qualcosa di commestibile, perché se dipendesse da lui li avrebbe già fatti fuori. La ragione è che sono cattivi: gli hanno mangiato i gattini appena nati, due tacchini e una papaia, la prima che l’albero in giardino aveva prodotto, benché l’avesse appoggiata su un’alta mensola, fuori dalla loro portata. Forse gli hanno combinato anche altre malefatte, così il suo odio nei loro confronti è ormai irreparabile. 

martedì 29 luglio 2014

La gelosia del masai



Ho appena finito di leggere il libro che mi sono portato dietro in Madagascar: “La masai bianca”, di Corinne Hofmann. Ne pubblico un resoconto perché mi sembra attinente con la più grande isola dell’Africa australe, anche se i malgasci non vogliono essere chiamati africani, come i carnici non vogliono essere chiamati friulani. La storia raccontata in prima persona da una donna svizzera che, invece d’innamorarsi dell’Africa come fanno tutti, si innamorò direttamente di un africano, ha venduto 300.000 copie in tutta Europa ed è stata tradotta in molte lingue. Vi ho trovato dei punti in comune con la mia esperienza personale, benché io non possa dire di essermi innamorato di Tina, la mia attuale moglie. Per i lettori di sesso femminile è inconcepibile che un essere umano possa sposare o anche solo convivere con qualcuno senza essere innamorato, ma per fortuna tra i miei lettori ci sono anche persone di sesso maschile che, viceversa, capiscono benissimo che la cosa è fattibile. E pertanto sospendiamo l’argomento, che ora qui non c’interessa approfondire.

lunedì 28 luglio 2014

Tromba aspirante


Un film di Renato Pozzetto di qualche anno fa, con Eleonora Giorni, s’intitola: “Mia moglie è una strega”. E’ la storia di un tranquillo borghese che scopre di aver sposato una donna che non era quello che appariva, ma qualcosa d’altro, una strega, appunto. Quella che ho sposato io in seconde nozze è una popolana malgascia che da un anno a questa parte si è messa in testa di diventare tromba (pronuncia ciumba), che è il corrispettivo femminile di ombiasy. Tina ha grandi potenzialità: potrebbe fare la sarta, la cuoca, la donna delle pulizie e perfino l’interprete e la guida turistica, ma che mi diventi una strega proprio non mi va giù. Comunque, mi ha spiegato che non è facile diventare tromba. Ci vogliono molti soldi e aver compiuto almeno quarant’anni, forse anche cinquanta. Ora lei ne ha solo 31. Poi, quando ci si sente pronti, si convoca il capo di tutti gli ombiasy, il quale ordina immancabilmente che venga ucciso uno zebù e se l’aspirante tromba riesce nel sanguinoso intento, diventa una professionista. In pratica, è una specie di esame superato il quale si entra a far parte dell’ordine degli stregoni malgasci. Madame Fanja, che ci diede il bungalow in affitto ad Ankilibe, lo era diventata, ma lei era panarivo, ricca, avendo all’epoca come compagno monsieur Bernard, pilota di linea francese in pensione.

Insett contro uno


Massimo Troisi, mentre si trovava in una biblioteca, a chi gli chiedeva se gli piacesse leggere, rispose: “Tutti scrivono continuamente migliaia di libri, miliardi di parole, e io sono qui tutto solo a leggere. Non ce la faccio a leggerli tutti!”.
La proporzione tra i libri di Troisi e gli insetti del Madagascar è la stessa: miliardi di parole, miliardi di insetti, da tutte le parti, di giorno e di notte, dove meno te lo aspetti. I primi insetti con cui il turista proveniente dal Paleartico fa i conti venendo in Madagascar sono le formiche, di cui ci sono diverse misure, ma anche mosche e zanzare non scherzano! Le formiche corrono sul bordo del lavandino in bagno e la loro meta preferita è lo spazzolino da denti, s’infilano nel pane quando fai colazione, soggiornano nelle zuccheriere, forano i sacchetti di plastica per arrivare alla frutta, mandarini compresi. Le si ritrova nell’insalata servita al ristorante, insieme agli afidi. 

Una società violenta



Un’utente di Facebook, leggendo l’articolo sull’uccisione dei ladri di bestiame nel sud del Madagascar e soprattutto vedendo le foto dei loro corpi, ha commentato: “Non lo sapevo. I nostri giornali non ne parlano mai”. Al che, se avessi avuto tempo, le avrei risposto: “Questa è l’Africa. A vite violente fanno seguito morti violente”. Soltanto ieri sera, 25 luglio, la madre adottiva di Tina, madame Nohay, che qui vediamo in foto, mi ha consigliato di non andare in giro per Tulear con lo zainetto sulla schiena, nemmeno di giorno, perché qualcuno potrebbe aggredirmi armato di coltello, strappandomi di dosso lo zaino, che la mattina contiene la Nikon e il PC portatile, dato che vado al Cyber caffé del centro per connettermi a internet. Perché mi dice questo? Io sono suggestionabile! E’ difficile credere che succeda anche di giorno, ma è sicuro che se dovesse accadere nessuno dei passanti verrebbe in mio soccorso e anzi la scena susciterebbe il loro riso, proprio perché ad essere in difficoltà è un vazaha. A volte, da quando mi sono trasferito in un quartiere periferico di Tulear, Ambolanahomby, dove di bianchi se ne vedono raramente, mi sento come Forrest Gump: anch’io cerco di arrivare alla fine della giornata senza essermi fatto troppo male. Ovvero, per dirla in modo meno prosaico, cerco di passare il più possibile indenne attraverso le procelle quotidiane della vita.