lunedì 12 settembre 2011

I rapporti di giocoforza




Dopo la sbornia dell’undici settembre, consolidato il pregiudizio che un miliardo di musulmani odia un miliardo di cristiani, con gli altri cinque che stanno a guardare, tifando per gli uni o per gli altri, tutto è rimasto come prima. I rapporti di forza dominano ancora, meglio che mai, le relazioni tra i singoli e gli Stati.
Homo sapienthomini lupus continua a ululare e sbranare, a destra e a manca, sopra e sotto, in alto e in basso, davanti e dietro.
Il gioco al massacro non ha mutato ritmo e a quello classico tra preda e predatore, fatto di sangue e ruoli precisi, se n’è aggiunto un altro d’ultima generazione: gettare fango e sospetti su tutti e tutto. Non ci si può fidare di nessuno, giacché dietro ogni Lino Bottaro, dietro ogni Massimo Mazzucco, si potrebbe nascondere un debunker pagato sottobanco dal CICAP.
Se internet ha reso possibile la fruizione critica delle notizie, ha anche dato la stura alle maldicenze, ai veleni e alle malattie mentali. Cosicché, se prima c’erano i buoni e i cattivi, adesso sono tutti cattivi. Anche Gandhi, Emergency, Amnesty International e l’ecologismo sono finiti su libro paga dei massoni Illuminati: a chi toccherà la prossima volta? Quasi quasi era meglio se sceglievo la pillola blu [1]!


Ho cominciato da ragazzo scavalcando recinti e violando la proprietà privata. Aprivo gabbie e voliere nelle aie e nei giardini. O li mollavo sul posto o me li portavo a casa, per liberarli in un secondo momento. Non si trattava solo di uccelli, ma anche di conigli, cavie, agnelli e perfino una tartaruga. All’inizio lo facevo da solo, in piena notte, poi, col passare degli anni, si è aggregata altra gente. Pochi. Mai gli stessi. Allora, gli obiettivi diventavano ambiziosi: istituti zooprofilattici, allevamenti, laboratori, università. Cresceva il numero dei partecipanti, i mezzi in movimento e, ovviamente, i rischi.
Qualche volta venivamo presi e allora avevamo il nostro breve momento di celebrità, benché di segno negativo. E siccome i deficienti non mancano mai, nemmeno tra gli animalisti, c’era sempre qualcuno che ci accusava di farci arrestare di proposito per metterci in mostra, per creare la nostra leggenda personale. Non capivano, i tapini, che lo stress derivante dalla cattura, la detenzione e tutto ciò che ne consegue in termini di avvocati da pagare, disapprovazione sociale, turbamenti in famiglia e processi da affrontare, era di gran lunga sproporzionato rispetto a qualsiasi momento di gloria che si poteva anche ottenere. Che poi non ho mai capito dove li raccogliessimo, questi momenti di gloria, visto che a parteggiare per noi erano solo giovani entusiasti dall’animo romantico e dallo scarso senso pratico, mentre gli esponenti delle robuste associazioni riconosciute ci davano addosso con accuse infamanti.
Ci accusavano per esempio di riportare indietro di decenni il movimento animalista, con tutto il suo lavoro di sensibilizzazione, come se l’arresto di un membro dell’Animal Liberation Front non fosse un evento generatore di riflessione e di educazione dell’assopita opinione pubblica. Qui entravamo nel campo delle congetture, ognuno aveva la sua opinione e tutti rimanevano abbarbicati ai propri convincimenti.
La questione forse non è mai stata risolta: può la violazione delle leggi produrre un mutamento positivo per le condizioni di vita degli animali? Noi eravamo convinti che, peggio di così, per gli animali oppressi, le cose non potessero andare, ma c’era chi aveva fiducia nelle istituzioni e nella forza delle idee veicolata dai mass-media. C’era chi basava tutto il proprio lavoro sui rapporti con i giornalisti e le autorità, mentre noi avevamo il sospetto che queste ultime dessero il contentino agli animalisti, più che altro per toglierseli dai piedi, e che le condizioni di vita degli animali, nella loro essenza, rimanessero identiche.
In base a questa nostra convinzione, l’antipatia che associazioni come LAV e Animalisti Italiani (per tacere dell’ENPA) avevano nei nostri confronti, era ricambiata.
Io stesso, all’inizio della mia “carriera” animalista, quando già cominciavo a violare la proprietà privata, presentavo esposti ai carabinieri per maltrattamento di animali, ma in seguito mi accorsi che l’oppressione ai danni dei miei fratelli diversamente umani era sistemica, cioè insita nella struttura stessa della società. Qualsiasi intervento che forestali, polizia o carabinieri potessero fare (come per esempio sequestrare cuccioli provenienti dai paesi dell’est) era ed è solo un’operazione di maquillage, che non va ad intaccare l’ossatura del dominio dell’uomo, fatta di allevamenti di tortura, laboratori di tortura, aziende di tortura, con relativo indotto.
Per abolire tutto questo bisogna cambiare la mentalità degli uomini e cosa c’è di meglio che sbattergli sul muso un bell’incendio o una bella devastazione dei loro strumenti di morte? Cosa fatta, capo ha. Quanti capanni da caccia ho incendiato e quante uccellande ho demolito? Dio solo lo sa!
Il fuoco purifica e il fuoco appiccato a un camion per il trasporto di bestiame purifica due volte.
Come l’inferno è lastricato di buone intenzioni, così forse anche il paradiso è lastricato di cattive azioni. Da una parte abbiamo i forti che infieriscono sui deboli e si presentano alle masse come buoni, dall’altra abbiamo i buoni che liberano i deboli dalle grinfie dei forti e che vengono presentati alle masse come cattivi, attraverso quei famosi mass-media dei quali i forti, nonché furbi, sono proprietari.
Se oggi ci danniamo l’anima perché la guerra di Libia viene presentata in tutt’altra maniera di com’è e se da dieci anni l’attentato alle torri gemelle ci viene raccontato in tutt’altra maniera di come è andato, è perché fin dalla loro nascita i giornali sono diventati un’arma propagandistica nelle mani dei potenti della Terra. E non c’è bisogno che si chiamino Illuminati, giacché possono chiamarsi anche semplicemente Murdoch o De Benedetti. Non è mica un problema di adesso. Ci diffamavano anche prima di internet. E il termine più gentile che usavano per riferirsi ai liberatori di animali era ecoterroristi. Forse perché animalterroristi era una parola troppo lunga e poco elegante.
Di fronte a tale epiteto, i diretti interessati e i loro simpatizzanti, nel silenzio imbarazzato della maggioranza degli animalisti, cercavano di far capire a quanti volessero capire che il vero terrorista è quello che uccide e genera terrore, mentre chi salva la vittima dovrebbe essere chiamato in altro modo - che so – magari liberatore!
Con le fette di prosciutto che i nostri amici, parenti e vicini si ritrovavano sugli occhi (anche questa non è mica una novità), pochi capivano come stavano realmente le cose e se oggi tutti sono convinti che Gheddafi è un gaglioffo e che gli occidentali sono in Libia per portare la democrazia, quella volta pochi si rendevano conto che una cavia di laboratorio è vittima e un ricercatore è il suo carnefice. E se qualcuno porta via la cavia dal laboratorio, senza per altro uccidere il ricercatore, difficilmente può, secondo logica e buon senso, essere chiamato terrorista. Va chiamato in altro modo. Purtroppo, l’oppressione comincia con le definizioni, con le parole volutamente sbagliate.
Abituati come siamo a considerare l’animale come oggetto a nostra disposizione (e di questo bisogna ringraziare l’antropocentrismo giudaicocristiano), difficilmente riusciamo a inquadrare le cose nella giusta ottica. Il più delle volte ci accodiamo all’andazzo generale, comodo e assodato, privo di traumi e avvolgente come una coperta rassicurante. Ecco che un autore come Eduardo Galeano, che mi scrive un libro intitolato “A testa in giù” [2] è una mosca bianca, uno che l’ha vista giusta. Uno da tenere in considerazione. Un giusto.
Di autori che l’hanno vista giusta ce n’è tantissimi, ma qui entriamo nel campo della cultura e dell’informazione, cose necessarie e importanti, ma noi, quand’eravamo giovani, preferivamo passare all’azione e portare via quanti animali prigionieri possibile, facendo quanti più danni possibili alle infrastrutture.
Questi erano e sono i due capisaldi della filosofia di ALF: la liberazione e il sabotaggio. Unico requisito, il rispetto della vita umana, anche di quella dei carnefici. Qualche giornalista malizioso – è capitato – ci chiedeva: “E se ci scappa il morto?”.
Bhe, sì, insomma, non sarebbe una bella cosa, anche se quel morto fosse Silvio Garattini. Forse, allora, si dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi che ALF faccia veramente fare un passo indietro al movimento per i diritti animali, tenuto conto che, morto più morto meno, la gente fa presto a dimenticare e già ora c’è chi sostiene che gli animalisti sono mezzi pazzi e mezzi delinquenti. Un morto in più non farebbe la differenza e i nemici degli animali avrebbero solo un pretesto in più per continuare con i loro infami rapporti di forza.
Strano che i servizi segreti non ci abbiano pensato, a far morire qualche vivisettore, così da annientare del tutto ogni velleità di giustizia per gli animali oppressi. Con un cacciatore ucciso da un animalista, chi avrebbe il coraggio di dichiararsi ancora animalista? Evidentemente, i servizi segreti devono aver pensato che non valeva la pena ammazzare uno dei loro, poiché il movimento animalista nel suo complesso, al sistema collaudato da millenni di sfruttamento degli animali, non gli fa neanche il solletico. Non contiamo niente, non facciamo succedere niente e di conseguenza nessuno ci calcola.
Meglio risparmiare la miserabile esistenza degli assassini, ché tanto gli animali che possiamo liberare sono sempre un’infima minoranza rispetto a quelli che vengono assassinati. Un allevatore australiano, per esempio, proprietario di estesissime fattorie industriali, dopo aver ricevuto la visita notturna di ALF, che gli aveva portato via venti galline ovaiole, disse, ridendo, ai giornalisti: “Ogni giorno, su centomila che ne ho, me ne muoiono duecento. Cosa volete che siano venti galline!”
L’animale oggetto, l’animale schiavo. L’animale nullità.
Se si parla di donna oggetto o di negro schiavo, le facce si fanno attente e serie, ma se si parla di animale oggetto e schiavo, alcuni ridono e altri si scandalizzano.
Che volete farci? Questi sono gli Homo lupusapiens!
Agli inizi, quando non ero conosciuto dalla DIGOS, gli animaletti trafugati potevo anche tenermeli in casa, in attesa di trovare qualcuno che se li prendesse definitivamente. Essendo l’animalismo un fenomeno metropolitano, con pochi che avessero orti e giardini, era un vero problema trovare gente fidata che avesse lo spazio per tenerli, per non parlare che molti non volevano prendersi in casa della……refurtiva.
Poi, dopo i primi arresti, se volevo continuare a fare certe sortite, dovevo procurarmi anche gli alibi e gli eventuali animaletti liberati non potevano assolutamente stare a casa mia neanche un minuto. Tutto divenne più complicato, anche perché c’erano sempre le grosse associazioni, quelle invise a Corrado Penna [3], che pompavano contro, diffamandoci. Come se non bastassero i mass-media!
Il problema di dove sistemare gli animali non si poneva nel caso dei visoni, che venivano liberati sul posto, di tanti che ce n’erano e stante l’impossibilità di trovar loro una sistemazione. Siccome non se ne trovano in vendita nei negozi di animali, nessuno avrebbe preso in casa qualche esemplare, per paura di finire nei guai in caso di perquisizione. Liberare i visoni dagli allevamenti si configurava quindi più come una forma di sabotaggio, poiché quasi tutti venivano recuperati o uccisi dagli inservienti dell’allevatore, ma diventavano inutilizzabili commercialmente. In tal modo, con quelle morti, si scatenavano le critiche dei benpensanti, animalisti o specisti che fossero: tutti a condannare la strage dei visoni compiuta dagli animalisti, come se stragi non ce ne sarebbero state se i liberatori non intervenivano. Alla gente piace il quieto vivere, il silenzio. Il silenzio degli innocenti.
Accadeva ciò che accade anche oggi con gente seduta comodamente davanti a un computer, a lanciare strali contro chi commette presunti errori. Della serie: “Chi fa falla, chi non fa sfarfalla”. Solo che a quell’epoca non si faceva via internet ma via lettere al direttore.
I meccanismi sono gli stessi. Da un parte gente che agisce, dall’altra gente che sta a guardare, critica e condanna. Tutti censori, tutti giudici e pubblici ministeri, tutti seduti in cattedra, con pausa pranzo da McDonald’s, ovviamente.
Io ho pagato, in termini di stress, denaro, processi, prigione e cattiva nomea. Ancora mi resta da pagare qualche mesetto di carcere, una spada di Damocle di cui non mi vengono fatti vedere di proposito i contorni e l’entità, per tenermi sui carboni, ma le soddisfazioni che mi sono preso, se ripenso al passato, non le posso descrivere e ve le lascio immaginare.
La soddisfazione di brindare spumante insieme a quattro amici-complici, sudati e sporchi, di ritorno da un blitz, con i coniglietti e i porcellini d’India che girano spaesati sul pavimento, tra i piedi, è una cosa che se non si è animalisti e se non si ha provato, non si può sapere.
Rambo, inviato in missione nella giungla del Vietnam per fotografare i detenuti, una volta sul posto ha disatteso gli ordini e ne ha liberati quanti più ne ha potuto, per essere poi anche abbandonato dall’elicottero di soccorso e lasciato a terra [4].
Nella fiction va bene perché si tratta di prigionieri umani e per di più americani, ma nella realtà non va più bene perché si tratta di animali, di volgari bestie dal “corpore vili”, e per di più nemmeno a stelle e strisce.
Rambo è un eroe, noi siamo stati, e un pochino lo siamo ancora, dei terroristi.
Non c’è giustizia su questa Terra, nemmeno quando si tratta di semplici parole e concetti. Sempre si applicano due pesi e due misure. Tremila americani caduti pesano più di tre milioni d’iracheni e afgani morti. La morte di un bianco pesa più di quella di un uomo di colore. La vita di un uomo pesa più di quella di milioni d’animali.
E se la vita è un gioco, è giocoforza che i rapporti siano di forza e che i più forti vincano i più deboli. E’ giocoforza che l’uomo mangi gli animali, come è giocoforza che gli americani uccidano gli arabi. Solo che in questo gioco, a vincere sono sempre gli stessi, pochi, e a giocare contro voglia, perdendo, sono tutti gli altri.
Due pesi, due misure. Io vorrei sapere chi ha inventato questa maledetta bilancia! E, soprattutto, quando smetteremo di usarla.


Note:

6 commenti:

  1. Forse il problema non sta nella bilancia ma nel fatto che gli umani abbiamo delle tare intrinseche che impediscono loro di evolversi e smettere di ripetere sempre gli stessi errori. Forse ti aspetti tropo da loro. Come mancanze fondamentali vedo la mancanzia di empatia verso tutti gli altri esseri, la mancanza di curiosità e l'incapacita di concentrarsi per piu di 30 secondi.

    RispondiElimina
  2. Grazie Ecceideas per il tuo intervento. Cominciavo a disperare :-)
    Su Stampa Libera nessun commento, finora.
    Quando penso agli esseri umani, a me viene sempre in mente un branco di babbuini. Ci sono rapporti di forza anche tra loro, per il possesso della femmina, per esempio.
    Noi uomini siamo una tribù di primati estremamente allargata, troppo allargata, ma le gerarchie, reali o, meglio, fittizie, sussistono anche tra noi.
    E' per questo che scoppiano le guerre, o almeno sono possibili. E' per questo che ognuno cerca di fregare il prossimo, limitandosi a difendere e aiutare i membri del clan a noi più vicini.
    Questa è la base fisiologica del fenomeno, ma ci sono un'infinità di variabili, inerenti la cultura, l'educazione, il carattere, ecc.
    Avere chiaro in mente il nostro essere dei.....babbuini, forse ci può portare a comportamenti migliori, ovvero a smettere di agire come scimmie.
    Ciao.

    RispondiElimina
  3. La presunzione di credersi al di sopra della scala alimentare come esseri umani ci ha fatto regredire, non siamo al vertice di quella scala, virus e bacteri sono più evoluti e senza dubbio quando noi saremo spariti, loro saranno ancora in cima a quella scala, ma senza andare troppo nel piccolo dimensionale, le blatte ci sopravviveranno senza dubbio.

    Un caro saluto, wlady

    RispondiElimina
  4. Salve Wlady! E' un piacere sentirti!
    Credo che la nostra specie, quando si alimenta, si comporti come un superpredatore, ma, contemporaneamente, anche come una qualsiasi preda, quando si riproduce. Da qui nasce forse la nostra schizofrenia, come specie, perché mangiamo come lupi e ci riproduciamo come roditori.
    In altre parole, la piramide trofica prevede che i predatori siano sempre meno numerosi delle prede, altrimenti la piramide non sta in piedi. Noi abbiamo sovvertito le regole ecologiche e pretendiamo che la piramide trofica, nel nostro caso, faccia un'eccezione e stia in piedi con il vertice in basso e la base in alto.
    Prima o poi cadrà e sarà la nostra fine. Al di là di tutto il resto.
    Ciao e grazie della visita.

    RispondiElimina
  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  6. La conoscenza fa questo effetto.
    Grazie a te, Elsa!
    :-)

    RispondiElimina