sabato 5 settembre 2015

La fine dell'impero romano



Nella città eterna, a Roma, aumentano i senza fissa dimora. Non sono nomadi, non sono rom. Quelli che vediamo sdraiati ai bordi della Stazione Termini o nelle roulotte non vorrebbero vivere così, alla giornata e a cielo aperto, eppure sono costretti. Perché per molti italiani, la strada e la roulotte rappresentano l’ultima spiaggia dove poter vivere o sopravvivere. Sono più che raddoppiate, nel 2014, rispetto all’anno precedente, le richieste all’Help Center della stazione Termini da parte dei “senza fissa dimora” con un sensibile aumento degli italiani in difficoltà. Più 58% è il dato con cui si è dovuto confrontare il sistema di accoglienza romano. Il 23% delle richieste provengono da italiani. I nuovi utenti sono stati 1.722 su un totale di 2.927 persone disagiate. Una persona su quattro vive per strada, o meglio nelle stazioni in condizioni di disagio completo. Sono questi i numeri choc dell’indagine presentata dall’Osservatorio Nazionale sul Disagio e sulla Solidarietà nelle stazioni italiane.

 
Sempre a Termini, dal primo gennaio 2015, sono arrivate 19.300 richieste di aiuto che hanno riguardato 2.700 persone di cui 650 italiani. A questo si aggiunge un altro fenomeno in aumento, sinonimo di impoverimento e di mancanza totale di risorse: il boom di famiglie che vivono in roulotte. Solo a Roma si contano 48 strade con 107 alloggi su quattro ruote. Due anni fa erano circa la metà. La giornata tipo di italiani diventati senza fissa dimora si svolge così: la mattina vanno al lavoro (chi ce l’ha ancora), la sera si rintanano in roulotte a custodire quel poco di dignità e di pudore rimasto. Usano i bagni del cimitero, l’acqua delle fontane, in silenzio. Sperano di non essere riconosciuti. Alcuni hanno uno stipendio o una pensione, ma non sufficienti per pagare un posto dove vivere. Un alloggio, una casa, un tetto sopra la testa. Esistenze ai margini di una quotidianità disarmante, fra giochi per i bimbi, stendini, bomboloni di gas all’aperto, attacchi elettrici d’occorrenza. Famiglie di italiani con figli piccoli, padri e madri separati, single, esercenti, anziani, impiegati, imprenditori caduti in disgrazia.

Ognuno ha la sua storia, la sua disavventura. Con un denominatore comune: senza più una casa, in strada per la crisi che morde, i problemi che ci sono puntuali e raddoppiano, lo stato inesistente, sordo. Da mesi e mesi. Centosette roulotte contate in 48 vie. Il 30% in più, a distanza di oltre due anni e mezzo. Dal centro alla periferia. Sono quelli che chiamano “invisibili”, o che almeno vorrebbero essere tali, ma così facendo danno ancora più nell’occhio di chi una casa c’è l’ha. Un fenomeno in espansione che a Roma, purtroppo, sta diventato la normalità. Dall’Eur all’Aventino, da Ostiense al Fleming, dalla Cassia a San Lorenzo, dalla Garbatella fino ad Ostia. D’altronde, sono oltre 400.000 le famiglie dello Stivale che hanno perso la casa negli ultimi cinque anni. I numeri, che toccano vari aspetti, confermano il dilagare dell’emergenza romana.

Vigilanza ancora latente sulle condizioni igieniche di un’area da tempo terra di nessuno. Dormono col sottofondo del traffico su Lungotevere Aventino; in via del Commercio ora c’è un mega telone vicino alla roulotte «allargata» del disabile che vi dimora; a viale dell’Industria, a pochi metri dal Palazzo dei Congressi, si lavano in bacinelle attorno a una discarica. Gianni e la sua famiglia, invece, sfrattati, per un mese ospiti di una tenda sotto gli alberi del Parco Papacci in via di Grottarossa, una roulotte sono riuscita ad averla grazie alla mobilitazione social del quartiere. Cifre recenti parlano di +21% dei pasti nelle mense comunali, un impoverimento che colpisce chi, fino a pochi mesi fa, si sentiva garantito dal proprio tenore di vita. A conferma pure i dati sul fronte sanitario: l’Urbe è una delle grandi aree con il maggiore incremento di disagio economico che conduce all’impossibilità di acquistare medicinali.

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