martedì 13 novembre 2012

L’urlo del muto

Quando ho chiesto al mio amico Mauro se mi aiutava con la traduzione dal friulano all’italiano del racconto che lui stesso mi aveva passato, mi ha detto che lo avrebbe fatto solo se avessi pubblicato prima il testo originale nella lingua dell’autore, Don Antonio Bellina, e poi la traduzione.
Gli ho risposto che non potevo impiegare il doppio del tempo per lo stesso articolo, perché se anche io non ho tre figli, una moglie, un lavoro e mille altri impegni come lui, devo anch’io combattere con la mancanza di tempo come tutti i comuni mortali.
Più di dire che Antonio Bellina è stato un prete scomodo, ha tradotto la Bibbia in friulano insieme a Don Francesco Placereani, ha scritto più di trenta libri tra cui “La fabbrica dei preti”, messo all’indice dalla Chiesa, e ha collaborato con il settimanale “La vita cattolica”, non so cosa potrei aggiungere.

Il fatto che io riporti qui un episodio da lui raccolto e descritto sul calendario del 2011, da cui Mauro ha strappato la pagina di luglio, è già un rendergli omaggio, un riconoscimento della sua sensibilità di sacerdote “diverso”, contro corrente e non allineato, ma soprattutto amante della sua terra e delle sue radici.
In vita è stato osteggiato ma durante il suo funerale tutti si sono sperticati in lodi, come avviene sempre e anche per i laici. Durante le esequie c’era chi in suo onore sventolava la bandiera friulana con l’aquila su fondo blu, ma sul Messaggero Veneto quelle foto non sono apparse, perché troppo compromettenti, a riprova che mass-media di regine e Chiesa cattolica ufficiale sono servi e maggiordomi del potere costituito di stampo massonico che domina occultamente il mondo.
Non voglio arrivare al punto di sospettare che Don Antonio Bellina sia stato eliminato dalle autorità ecclesiastiche contro cui si era scagliato, come è avvenuto a un’altra guida religiosa, Osho Rajneesh, ma la sua vita è comunque finita troppo presto, a causa dei reni che non funzionavano. Se con Pasolini sono intervenuti brutalmente, con Don Bellina hanno lasciato fare alla natura. Entrambi intellettuali scomodi, benché il primo sia più famoso del secondo.

Ecco dunque una storia vera, accaduta da qualche parte in Friuli, in un’epoca imprecisata del Novecento. Un’ultima avvertenza: munitevi di fazzoletti di carta, perché ne avrete bisogno.


“A proposito di uno che non può far arrivare al destinatario alcun messaggio, tranne qualche segnale capito solo da quelli che lo frequentano e che in ogni caso non può essere una comunicazione esauriente di un’anima diventata più sensibile a causa di menomazione e infermità, mi ricordo di Santo da Vuiche, chiamato anche il muto di Rivalpo per differenziarlo dal muto di Valle. L’ho sotterrato l’undici dicembre del 1975, giusto cinque mesi prima del terremoto che lo avrebbe assassinato nell’anima. Santo era nato sano come tutti, ma sui cinque anni lo aveva agguantato la meningite e il medico aveva detto a sua madre: “Luigia, pregate il Signore che se lo prenda, ché altrimenti gli resta per tutta la vita una grave menomazione dell’udito”.

Difatti, le orecchie gli hanno spurgato continuamente e non ha più sentito una parola, una voce. Da lì il suo chiudersi nei confronti della società, soprattutto nel suo aspetto più formale e repressivo, come guardiani, carabinieri, medici e in genere tutte le persone in divisa. Compresi i preti. Sopportava me perché mi vedeva diverso dagli altri e frequentavo la casa essendo amico di sua sorella. Chiuso nei confronti degli uomini, diventava matto per gli animali, che trattava con un’umanità straordinaria.

Un anno aveva portato a casa un cagnetto. Una cosa minuta, giocattolona, di quei bastardini che ti levano l’anima ogni volta che ti leccano. Erano sempre insieme, di giorno e di notte. Infatti, lo teneva così stretto vicino a sé che a volte il cagnetto gli scappava e andava ad acquattarsi presso la cuccia. Dov’era uno era anche l’altro e Santo viveva come in sogno. Un sogno troncato dalla malvagità scandalosa della gente. Della gente del paese, della gente che aveva il potere sul paese e dunque di quelli che passavano per essere autorevoli, uomini importanti, cattolici. Santo, bontà loro, era iscritto all’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza), e a Pasqua e a Natale, quando volevano e ne avevano, gli passavano un buono per fare la spesa.

Chi è iscritto all’E.C.A. è povero. Ma un povero non può permettersi un cane di lusso. E un cane che non è né da caccia, né da guardia è di lusso e dunque bisognava scegliere: o il cane o l’E.C.A. Qualcuno aveva fatto la spia ad Arta [comune della Carnia dove aveva sede l’ente benefico. N.d.R.].
Dal Comune arrivò la risposta: o pagare la tassa per i cani o far fuori il cane. Per pagarla bisognava avere soldi e se si aveva i soldi per il cane di lusso non si poteva domandare la carità al Comune. Così [i suoi familiari. N.d.R.] hanno ucciso il cane. E hanno avuto l’umanità di raccontare al povero Santo la frottola che glielo avevano portato via i cacciatori. Non so se lui l’ha bevuta.

So – così me l’hanno raccontata – che è stato fuori di casa per tre giorni, girando per i boschi come Caino e gridando con quella voce che non aveva nulla di cristiano. Poi tornò a casa sfinito, disperato e pieno di fame.
Al suo funerale gli ho domandato perdono a nome di tutto il paese e gli ho augurato di trovare, là dov’era diretto, un mondo meno bastardo di quello che lasciava. Mi piacerebbe che Dio facesse il miracolo di regalargli una nidiata di cagnetti, di correre urlando a piena voce e di rotolarsi sui prati del cielo fino a cadere sfinito di contentezza e i cagnetti a saltargli addosso asciugandogli il sudore, loro che, a differenza degli uomini, avevano tanto cuore da leccare le piaghe anche al beato Lazzaro.

Ma so che sto vaneggiando. Forse è troppo tardi, o forse non è niente, dal momento che non sappiamo. E se anche ci fosse qualcosa [nell’Aldilà. N.d.R.] e fosse così, chi trova una ragione per le ferite mortali che hanno lacerato la sua anima?
Mi sono chiesto tante volte cosa diceva Santo al suo cagnetto quando andavano in giro per i prati o stavano ore e ore seduti sotto un albero. Lui non parlava e dunque non diceva parola ma tutto in lui parlava e sicuramente il cane capiva il suo linguaggio. Mi sono domandato anche cosa ha detto in quei tre giorni in cui è stato fuori al freddo e al buio del bosco, quali maledizioni saltavano fuori dalla sua anima accoltellata; quali lamenti uscivano dal suo cuore insanguinato; quali imprecazioni e bestemmie contro Dio, se credeva in un Dio; quali maledizioni contro coloro che avevano commesso il delitto di portargli via la sua creatura.

Se si potessero scrivere tutte queste parole, quale tragedia ne verrebbe fuori? Perché di tragedia si tratta, dal momento che il dolore non si misura da quanto vale ciò che si perde, ma da quanto ci fa male al cuore a perderlo.
E per uno che non ha niente, la morte o la sparizione di un cagnetto è paragonabile alla fine del mondo”.



Don Bellina, riportando quel lontano episodio nel suo “Il timp des domandis – Lis peraulis tasudis”, dimostra di essere stato un prete ricco di sensibilità e qualità morali, ma non va taciuto che rimane pur sempre confinato nella visione antropocentrica tipica della religione giudaico-cristiana.
Ciò che va condannata, a suo dire, è la cattiveria della gente ai danni di un loro compaesano sfortunato, mentre la cattiveria di aver ucciso una persona animale resta in ombra e passa in secondo piano.

Anzi, se in quelle poche volte che l’ho incontrato avessi parlato a Don Bellina di “persone animali”, sicuramente mi avrebbe detto che non bisogna esagerare e che gli animali devono stare al loro posto. Il posto assegnato loro dagli uomini.
Magari me lo avrebbe detto con molto tatto e gentilezza, come solo sanno fare i preti, ma il discorso non cambia. Tutto il suo sdegno, nel racconto, è focalizzato sulle sofferenze di Santo, il sordomuto del villaggio. Nessuna parola di condanna per l’assassinio del cane, di cui infatti non viene riportato neanche il nome.
Era solo un cane, come ce ne sono tanti. Su tutto, mestamente, aleggia nostra signora Morte, quasi un’ossessione per il popolo friulano tendenzialmente triste e pessimista. 
Lo si percepisce anche in questo detto: “Muart jo, muart un cjan a Buje, dopo tre diis nissun a dis nuje”.

Morto io, morto un cane a Buja, dopo tre giorni nessuno dice niente”.


9 commenti:

  1. Pre Toni Beline (detto in friulano) resta una grande anima. Grande i quanto uomo, non necessariamente in quanto prete. Il primo da valore al secondo, non viceversa. Era un uomo libero e credo abbia influenzato moltissimo il mio modo di vedere il mondo, il scegliere da che parte stare. La sua è stata una scelta precisa, quella di scrivere in friulano, la lingua della povera gente (non una lingua povera), con la quale voleva dimostrare la pari dignità alle altre lingue e culture, parlando di filosofia, storia, etica etc. Non solo di barzellette, come di solito viene abbinato il friulano. Anche il tema degli animali segue questa linea: la consapevolezza degli ultimi, non solo uomini. Non ho trovato molti sacerdoti con tale sensibilità. Invito, chi legge, a provare a conoscere i suoi scritti non lasciandosi frenare dalla lingua, ma prendendo l'occasione per assaggiare una cultura, una lingua poco conosciuta, ma molto ricca d'espressione e di sentimento. Ricordo che per te, Roberto, pre Toni aveva perso parecchi abbonati alla "Patrie dal Friûl" di cui era direttore e dove tu scrivevi, perché credeva che fosse importante dare spazio alle idee, anche a quelle più radicali. Non è stato un uomo comune. Mandi a ducj

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    1. Citazione:
      "pre Toni aveva perso parecchi abbonati alla "Patrie dal Friûl" di cui era direttore e dove tu scrivevi".


      Beh, adesso non esageriamo!
      Ricordo di aver avuto per le mani una lettera di protesta, per le cose che avevo scritto, firmata da tre persone. Di altri non so.

      Ciao e grazie per l'intervento.

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  2. altro che fazzoletti di carta :-( pensavo di aver pianto tutte le mie lacrime dopo aver letto Michael cane da circo di Jack London, e invece... la dolcezza di certe persone come Santo mi riconcilia (un pò)col genere umano, poi penso al suo atroce dolore, che gli è stato inflitto da altri umani e torno peggio di prima :-/

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    1. Diciamo che le cose sono un po' cambiate, rispetto agli anni Sessanta. E poi quelle erano zone di montagna, notoriamente più zotiche delle zone di pianura, dal punto di vista intellettuale e culturale.
      Adesso si scatena un'altra diatriba tra me e te come quella sui gay piagnoni....

      Ohibò!

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  3. no, se mi dici che le cose lì sono migliorate son contenta, mica è colpa tua se i montagnoli erano zotici.
    comunque conoscevo un bambino, che aveva i genitori tossicodipendenti e quindi lo tenevano i nonni, vecchi e inadatti, così lui stava in giro tutto il giorno, a volte anche la sera. Amava gli animali più di qualunque altra cosa, e il suo più grande desiderio era avere un cane, perciò quando aveva l'enorme fortuna (secondo lui :-) di trovare un cagnetto randagio se lo portava a casa. Poi, regolarmente, dopo qualche giorno i nonni o chi per loro faceva sparire il cane e a lui dicevano che qualcuno l'aveva rubato. Lui, anima candida non sospettava di nulla, un giorno mi disse che era sfortunato, perchè trovava sempre cani così belli che tutti li volevano e glieli rubavano. Che tenerezza quel bimbo, mi chiedeva sempre se gli animali andavano in paradiso, eppure in famiglia nessuno mai gli aveva insegnato ad amarli

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    1. Elsa Morante: "Il mondo salvato dai ragazzini".
      (non l'ho letto).

      Le cose sono cambiate, almeno qui da me, perché ai miei tempi organizzavo manifestazioni a cui venivano al massimo una ventina di persone.
      Oggi siamo decine e decine di attivisti, tutti volti nuovi, età media trent'anni, anche se i veterani sono ancora quasi tutti vivi, ma in quiescienza.

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  4. ..."in quiescienza" :-)

    a proposito di libri a tema, hai mai letto Le voci del mondo di Robert Schneider? è veramente bellissimo, direi imperdibile.

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    1. In quiescienza nel senso che si occupano di canili e gattili, oppure hanno fatto delle loro abitazioni canili e gattili, cioè si sono portati il lavoro a casa.

      Purtroppo, a conferma di quanto sia vasto l'universo, non ho mai sentito nominare né l'autore, né il titolo da te citati.

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