sabato 19 aprile 2014

Le meste parole di un poeta

 
Testo di Guido Ceronetti - liberamente tratto da "Lo scrittore inesistente"
- aprile 1995

Sulla distruzione organizzata e ingentissima di animali a sangue caldo eccessivamente miti quando cadono queste strazianti feste religiose, vale la pena che anche una pagina politica dica qualcosa. Trattandosi di un ottimo affare, industriale-commerciale e turistico, parlarne sveglia subito il cane politico,nella sua funzione di guardiano degli affari. Ma la faccenda riguarda un po' tutto, in quanto un consumodi massa che gronda sofferenza e sangue di esseri viventi non è un fatto privo di conseguenze. Di conseguenze che la ragione calcolante non può mettere in percentuali. Si tratta di conseguenze che non si vedono. Ma nessun atto passa senza lasciare un segno.

 
Tiratemi fuori dai libri un qualsiasi greco antico e vi dirà che uno o dieci animali sacrificati possono  chiamarsi un rito propiziatorio, ma trecento-cinquecentomila messi in fila per macellazione in serie e poi a sgocciolare in giganteschi mercati refrigerati, per milioni di bocche indifferenti, e neppure affamate, in base ad un appuntamento con il calendario, sono peccato di misura oltrepassata, di legge divina violata, il più certo dei peccati in qualsiasi società o tempo, e l'unico che non resti mai impunito, l'unico che non sia perdonato.

Non ho tabelle. Immagino che la sola Europa occidentale consumi, nei giorni di Pasqua, tra cristiani, atei, ebrei e mussulmani acclimatati, parecchi milioni di capi di ovini. 
Tutto questo in città e campagne da cui la festosità della festa è da un pezzo sparita. Ci vuole l'agnello perchè è Pasqua. Ma perchè è Pasqua? Si chiede l'agnello.

Allora ecco: beati quelli per cui non è Pasqua e che memori del legame nostro col tutto, mangeranno cose di giorni qualunque senza contenuti e ricordi di sangue, senza lamenti da mattatoio; una pasta e fagioli nè d'Oriente nè d'Occidente, un'insalata nè ebraica nè cristiana...Beati quelli che in ogni giorno dell'anno salveranno l'agnello. E la vacca. E il vitello. E il coniglio. E il maiale. E lo struzzo. 

Guardatevi intorno. C'è da raccogliersi e pensare, ma non abbiamo motivi per far festa. L'odore di eresia dell'astinenza dal mangiare l'agnello, ovviamente drastica e si faccia regola di vita, disturba, giustamente, i cardinali. In un paese cristiano sempre ebbe vita difficile, ti metteva fra i sospetti, astenersi dalla carni. Sarebbe bello certamente lasciarli soli, vescovi e cardinali, a mangiare arrosto di agnello in mezzo a un ribollire di astensioni minacciosamente miti.


                                                                                                                                                  
 
Siamo schiavi del ventre in un pianeta senza pietà: ma giustificazioni e autorizzazioni divine a mense macchiate di sangue sono intollerabili storture. 
La fusione fra consumo di massa e tradizione religiosa ha qualcosa di perverso che ci colloca tutti quanti nel disegno incosciente, come un sintomo patologico inavvertito, di una bieca e opaca soddisfazione. Una festa di finzione, che sopravvive per forza di calendario, in un ambiente stravolto, non ha niente di buono, di rasserenante e finisce in sbracate indigestioni.

Gli allevamenti di animali da macello, vere concentrazioni di dolore, rispecchiano la vocazione al genocidio, agli stermini di massa. E' uno dei grandi silenzi di colpa e di infamia delle economie di prosperità. L'animale che patisce ci giudica. Uomini spiritualmente nulli e tecnicamente potentissimi verso ogni debole si drizzano sadici. Come si vede la riflessione sull'agnello porta a considerazioni molto attuali sul senso e la freccia di questa economia del consumo e della distruzione, e sul nocciolo sadico di un'antropolatria che è il frutto velenoso dell'empietà e dell'indifferenza.



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