sabato 4 febbraio 2017

Gesù e gli allevatori del tempio


“Avete fatto della mia casa un covo di ladri”, disse Gesù mentre ribaltava i tavoli dei cambiavalute e frustava i mercanti del tempio di Gerusalemme. Suor Clemenza ha fatto dell’ospedale per lebbrosi, costruito nelle campagne tranquille di Ambomangarova, un allevamento di animali da carne. Non c’era Gesù, venerdì 3 febbraio, a prendere a frustate la suorina, ma solo un suo inviato nei panni del sottoscritto. Il quale, in compagnia di Tina, è stato ben accolto da suor Clemenza, che già visitammo due anni fa quand’era da poco insediatasi laggiù per ordine del vescovo, per seguire i lavori del nuovo ospedale. Già all’epoca c’era una cinquantina di maiali, con gli operai che finivano di intonacare la foresteria e il dispensario vero e proprio, intitolato al Buon Samaritano, ma non c’erano le mucche.



Clemenza si era subito data da fare per piantare alberi da frutto e infatti, dopo due anni, l’orto attorno alla struttura ospedaliera era pieno di ananassi, manghi, mele, garana, uva e perfino piante di caffè. La sorella voleva regalarmi un ananas, ma io le ho risposto che li tenesse per sé e per le sei novizie che studiano da lei. Alla mia domanda se le aspiranti suore studiassero teologia, mi ha risposto candidamente: “No, matematica, francese...”. Poi, quando ci stavamo congedando, ne abbiamo incontrate due, con la maglietta uguale su cui c’era scritto LP, che non ha niente a che fare con i dischi in vinile da 33 giri, ma che significa Licée Privé. Erano infatti molto giovani, sui 14 anni, e francamente non ce le vedo a studiare Sant’Agostino e San Girolamo. I cinque cani che bazzicavano la zona due anni fa, c’erano anche stavolta, solo un po’ invecchiati e devo dire che Clemenza li tratta con molta dolcezza. Le fanno da guardiani notturni.






Anche quest’anno le abbiamo portato in dono una bottiglia di vino bianco, ma non la frutta come ci aveva chiesto due anni fa, perché per telefono ci aveva detto che non serviva. All’epoca aveva difficoltà ad approvvigionarsi di vitamine e andava in città di rado. Anche il prete, allora come oggi, va a dire messa nella piccola cappella solo una volta al mese, ma il vino si conserva anche per settimane, una volta aperta la bottiglia, solo che non capisco perché per la messa usino quello bianco e non quello nero, classico. Il nostro dono comunque è stato gradito. Dopo di che è scattata la visita guidata.





Dapprima suor Clemenza ci ha mostrato (anche il nostro autista Michel era della partita) il cuore della struttura, l’ospedaletto con tanto di farmacia e ambulatorio per le visite. Al momento non c’erano degenti di alcun tipo, né tanto meno lebbrosi, ragione per la quale l’ospedale è sorto. La lebbra, a dire di suor Clemenza, specializzata infermiera, è in diminuzione in Madagascar e, quando capitano pazienti affetti da tale malattia, esistono medicine che bloccano il progredire della degenerazione cellulare, anche se le dita perdute non possono venir restituite.





Se una donna si presenta da lei e risulta che è affetta di lebbra, la supplica di non dir niente al marito. E viceversa. Mentre mi spiegava ciò, ho percepito una nota d’orgoglio nelle sue parole, perché Clemenza sa mantenere i segreti. Se una persona dovesse venir a sapere della malattia del coniuge, il matrimonio finirebbe all’istante, giacché nessuno vuole dormire nello stesso letto di un lebbroso. Piccoli grandi drammi che sono solo l’inizio dell’isolamento e della solitudine, come l’iconografia del lebbroso, obbligato a fare vita raminga e a camminare facendo tintinnare una campanella, ci ha insegnato.





La nostra visita a suor Clemenza non è stata solo di piacere, giacché Tina sulla gamba sinistra ha un tatuaggio che le ha fatto infezione e nessuna pomata fino ad ora è servita per far regredire il male. Ai tropici non si scherza con le infezioni. Così, mentre io e Michel ci godevano il panorama rilassante di Ambomangarova, in una campagna coltivata che dista solo 17 chilometri dalla caotica Antananarivo, Tina mostrava a Clemenza la ferita che non vuole chiudersi e che spesso viene visitata dalle mosche, cosa affatto igienica. Speriamo che il Betametasone, prescrittole dalla nostra amica infermiera, sia il rimedio definitivo.




La visita guidata poi è proseguita con il “punctum dolens”, dal mio punto di vista, di tutta la struttura: l’allevamento di animali da carne. Oltre ai porcili originali, con enormi scrofe e maialini famelici, è stata costruita una stalla in muratura per le mucche da latte. Quando siamo capitati noi, nel tardo pomeriggio, c’erano alcuni addetti ai lavori che stavano dando il cibo agli animali. Alcune mucche muggivano per la fame, altre, la maggioranza, stavano silenziose. Tutte avevano una corda al collo che ne limitava i movimenti. Senza che le chiedessi spiegazioni, Clemenza mi ha spiegato che è per la loro sicurezza. Se le lasciasse libere potrebbero perdersi o venir rapite, anche se quella, nel distretto della capitale, non è zona di “malaso”, dediti ai furti di zebù in tutto il resto del Madagascar.




Sulla strada del ritorno, in taxi, Tina e Michel hanno fatto alcuni calcoli. Un maiale di 200 Kg può valere anche cinque milioni di ariary, intorno ai 1.500 euro ed entrambi, Tina e il nostro autista, hanno convenuto che si tratta di un buon business. Tina a quel punto è saltata fuori con la sua richiesta di allevare galline ovaiole, della razza bianca barbonese, proposta che mi ha già fatto in passato ma che con me non attacca. Quando di tanto in tanto vengono i macellai a comprare gli animali, Clemenza intasca delle belle sommette, che a suo dire servono per comprare le medicine. Anche qui, l’incrollabile antropocentrismo, per cui gli interessi dell’uomo devono venire sempre e comunque prima di quelli delle bestie. Quando ho chiesto a Clemenza di mostrarmi il mattatoio, la donna mi ha portato all’esterno dei porcili dove c’era un robusto palo orizzontale con due ganci in ferro. Sotto c’erano alcune assi su cui viene disteso il maiale e, vicino, i resti del fuoco che servono per bruciare le setole. Il tutto avviene senza alcuna supervisione da parte di veterinari e, ovviamente, senza la pistola umanitaria che da noi è obbligatoria.




Alla mia domanda se è cristiano tutto ciò, sempre con candore Clemenza mi ha risposto di sì. Incalzatola con la domanda se Gesù fosse d’accordo a macellare gli animali, mi ha risposto tirando in ballo la Bibbia - e quindi non rispondendo alla mia domanda - dove c’è scritto che si possono mangiare tutti gli animali tranne quelli impuri e quindi se li vogliamo mangiare, li dobbiamo prima uccidere. Grazie sorella, io sono vegetariano da 35 anni! E non sono più cattolico dall’età di 13 anni (questo però non gliel’ho detto). Quando mi ha spiegato che un piccione era arrivato lì casualmente, forse attirato dal becchime delle galline, e che lei prontamente lo ha catturato e messo in gabbia, per servirlo come pietanza in caso di visita del vescovo, ho capito che Clemenza ha un animo contadinesco, benché sia diplomata infermiera e che è un caso grave. Che cosa fanno di male uno o più piccioni che svolazzano attorno e vivacizzano l’ambiente? Per lei il colombo è solo cibo, come il resto delle creature del Signore. San Francesco parlava agli uccelli, Santa Clemenza preferisce mangiarli.




8 commenti:

  1. purtroppo l'ambiente che ci circonda e la sua "cultura" ci influenza a causa dei neuroni specchio, ed anche le suore non ne sono esenti:

    https://contiandrea.com/2014/04/13/neuroni-specchio-matrix-e-lambiente-protetto/

    Essere consapevoli di ciò è importante per potersi evolvere anzichè involvere

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sei un disco rotto. Ti avevo avvisato che se non ti firmi finisci nella spazzatura.

      Elimina
  3. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quindi, lo scopo della tua vita è stare davanti a un PC a rompere la palle alla gente....

      Elimina
  4. No, semplicemente il mio discorso è lineare e razionale: una povera suorina indigena di un posto selvaggio non può che comportarsi come si comporta, con empatia zero verso gli animali e una concezione primitiva e utilitaristica, come del resto l'eschimese fa con le foche quando le caccia con l'arpione, o l'indio quando usa arco e frecce.
    E va da sé che queste cose fanno accapponare la pelle, ma non ci si può fare nulla.
    Ma sono scusabili perché nascono e crescono in un ambiente dove sono intrisi di queste concezioni fin dalla tenera età.
    O vogliamo dire che non è vero?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' vero. Ogni tanto sembri un essere razionale.

      Elimina
  5. Volevo commentare il post ma sono stato trattenuto dalla mia ragazza ad evitare insulti gratuiti.
    Vabbè lunga vita a gesu' ma corta corta alla suoraccia assassina.

    RispondiElimina