mercoledì 6 gennaio 2021

Il richiamo della foresta russa


Testo di Marconista Legionario (prima parte)

Ancora due tornanti e poi sarebbe arrivato anzi, sarebbero arrivati: lui, il mulo e il cane. Avevano passato tutto il giorno nei boschi a raccogliere quanta più legna secca possibile da portare nella loro casa con annessa stalla e legnaia. La corta estate sull’altopiano stava finendo, quindi bisognava darsi da fare e accumulare tutto quello che si trovava, vicino ai sentieri, sui sentieri e in mezzo ai boschi; ecco l’ultimo tornante, il cielo era infiammato da uno splendido tramonto ma l’aria secca che veniva da nord era invece fredda. Una volta portato il mulo nella legnaia, gli aveva tolto le gerle dal basto e scaricato il contenuto per terra, vicino a quanto già raccolto e impilato nei giorni precedenti: avrebbe messo a posto la legna domani e così aveva condotto l’animale nella stalla, lo aveva strigliato ben bene, gli aveva preparato la lettiera e riempito di biada la mangiatoia. Dopo avergli dato due carote, una carezza sul muso e una pacca sul garrese, prima di uscire, aveva controllato la mucca, le due pecore e il pollame vario. Avendo constatato che tutto era a posto, aveva dato ancora uno sguardo in giro e poi, con un sorriso malinconico era entrato, insieme al cane, in casa.



La tavola era già pronta, l’aveva apparecchiata la mattina prima di uscire, restava da accendere la stufa e scaldarsi quanto preparato la sera prima. Mentre il fuoco iniziava a scoppiettare, si era dato una bella lavata nel lavandino in pietra usando un pezzo di sapone artigianale, si era cambiato gli abiti, infilandosi in un calda tuta di lana, ricavata dalle pecore. Aveva cominciato a mangiare lo stufato di pollo e patate accompagnandolo con il pane e un bicchiere di vino nero e un pezzo di formaggio di sua produzione, a media stagionatura e, dopo aver rigovernato, si era seduto sulla poltrona vicino alla stufa che adesso scaldava magnificamente; inforcati gli occhiali aveva preso il libro iniziato la settimana precedente, quando era andato a trovare i frati con i quali barattava i suoi prodotti all’abbazia che si trovava ad un’ora di cammino; il libro glielo avevano regalato loro. 


Il libro narrava le storie, tristi e allegre di un veterinario scozzese che aveva lavorato nei Dales dello Yorkshire dalla fine della IGM sino agli anni 80/90 del secolo scorso. Era il primo di cinque volumi e lo stava “divorando”: gli piacevano i personaggi, le atmosfere, gli animali e i paesaggi descritti, questo James Herriot era davvero simpatico. Ma il libro gli trasmetteva anche una profonda sensazione di nostalgia, mescolata alla tristezza e alla malinconia. Quel libro era il preferito di sua moglie e, sua moglie, non c’era più. Chiuse il volume e decise di andare a letto ma non riusciva ad alzarsi dalla poltrona. Quindi, senza volerlo (o forse desiderandolo fortemente), ripercorse quanto era successo negli anni prima che si andasse a stabilire lì, sull’altopiano russo a pochi chilometri dal convento di frati cattolici dove il fratello bibliotecario era lo zio di sua moglie.


Vivevano a Genova da generazioni, anche se lui era di avi toscani: i suoi progenitori si erano stabiliti a Genova fin dal Medio Evo, praticando, nei secoli, l’arte di lavorare pelle e cuoio. Trasferitisi da Prato in Genova, i suoi avi avevano impiantato la loro attività nei “carruggi”, precisamente in Vico dei Pellai (ogni strada dei carruggi indicava il lavoro che vi si svolgeva), distinguendosi subito come eccellenti artigiani, tanto che in poco tempo diventarono la bottega di riferimento dei notabili, della ricca borghesia e anche dei Dogi. Tramandato di padre in figlio, il negozio ero arrivato fino a lui e, dopo il diploma classico, conseguito negli anni 70, vi aveva iniziato a lavorare in pianta stabile, dopo le esperienze estive nel periodo adolescenziale. Era innamorato di quel lavoro, dei carruggi e di Genova, città piena di storia e arte, magari un po’ scontrosa ma, nonostante questa ritrosia, molto aperta verso la gente.


Il lavoro era tanto e lui, seguendo le orme del nonno e del padre, aveva mantenuto la clientela altolocata ma, allo stesso tempo, confezionava manufatti pregevoli, per tutte le tasche. Lì entravano tutti: ricchi borghesi, industriali, armatori ma anche camalli, portuali, operai e agricoltori dell’entroterra che, una volta al mese, venivano in città a vedere un po’ di “mondo”. Nella sua bottega lavoravano, oltre a lui, Giovanbattista, (da tutti conosciuto come Giobatta e artigiano nel negozio da oltre 30 anni), Luca e Grazia, sua moglie. Con l’arrivo degli anni 2000 le cose avevano cominciato ad andare meno bene: politiche globaliste, moneta unica per tutta Europa, frontiere aperte, liberismo selvaggio, totale asservimento al mercantilismo senza regole angloamericano e mancanza di riferimenti morali, sociali e, in ultimo, anche religiosi avevano fatto sì che la situazione degenerasse completamente.


Tutto questo aveva portato ad un rapido declino delle botteghe artigiane (ma anche della grande industria nazionale), distrutte da tasse molto esose nonché assurde e dal rapido diffondersi di quei mostri senza qualità e cultura lavorativa come i centri commerciali che praticavano una concorrenza sleale e dettavano legge protetti da politici corrotti che andavano contro gli interessi dei propri connazionali, favorendo invece le grasse multinazionali. I carruggi, pieni di disperati catapultati lì (e in tutta Italia) da mondi lontani, avevano iniziato a diventare pericolosi e, in certe zone, invivibili: veri e propri terreni franchi da qualsiasi legge. Sempre più attività storiche stavano chiudendo irrefrenabilmente. Alcuni titolari, se pur a malincuore, vendevano a prezzi stracciati le loro centenarie mura a compratori cinesi. La cara, vecchia, sicura, storica Genova, stava sparendo.

2 commenti:

  1. Che c'entra il richiamo della foresta russa con GENOVA dove vive il narratore?

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    1. Perché è lì che, dopo una serie di traumi emotivi, va a vivere il protagonista della storia. Lo si legge nella seconda parte del racconto.

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