venerdì 15 novembre 2013

Le nostre graziose linee evolutive

 
E' per gli animali che ero andato laggiù. Il fatto che mi fossi portato dietro il binocolo sta a significare che avevo le migliori intenzioni di osservare gli uccelli. Qualche cosina anche ho visto, ma niente che mi abbia dato grosse emozioni: dronghi sull'isola di Sainte Marie, un tessitore e una coppia di gheppi a Ranomafana, i gruccioni e l'upupa a Ranohira, i chiurli, quando c'era la bassa marea, a Tulear. Per sentire vibrare la corda delle emozioni è necessario star nascosti in un capanno, così da poterli vedere a distanza ravvicinata, ma ciò implica un bagaglio più pesante perché in tal caso è d'uopo portarsi dietro cavalletto, fotocamera e teleobiettivo. Sulla possibilità di vedere i mammiferi selvatici è meglio non fare assegnamento, né in Madagascar né altrove, perché la maggior parte di loro fa vita notturna e gli altri si tengono accuratamente alla larga dall'uomo. Le uniche proscimmie selvatiche che ho visto erano una famiglia di lemuri dalla fronte bianca che stazionavano a una decina di metri d'altezza, fra i rami degli alberi, proprio davanti all'ingresso del Parco Zoologico di Ivolonia. Poiché in Boulevard Joffre mi chiedevano diecimila ariary per il noleggio di una bici, chiesi a Pierrot, uno dei ragazzi del La Plage, se mi noleggiava la sua mountain bike per cinquemila. Gliela buttai lì e lui rispose affermativamente. Già mentre mi dirigevo verso il parco di Ivoloina, distante tredici chilometri da Tamatave, sapevo che non avrei dato i miei soldi agli sfruttatori di animali, nemmeno a quelli che lo fanno blandamente prendendo a pretesto concetti protezionistici come la salvaguardia delle specie minacciate d'estinzione.


Mi rendo conto che per i turisti normali, nutriti di filosofie e abitudini consumistiche, pagare il biglietto d'ingresso per visitare i parchi sia la cosa più naturale del mondo. Anzi, diventa necessario per quelli che vogliono osservare la fauna da vicino pur facendo una vacanza "mordi e fuggi".
Siccome gli animali hanno spesso il vizio di rimanere nascosti perché non amano essere osservati, i direttori dei parchi, compreso quello di Ivoloina, tengono sempre alcuni lemuri in gabbia in modo che i turisti frettolosi non restino delusi, dal momento che non sempre si può disporre di rangers così abili da conoscere i luoghi segreti - i luoghi di riposo - dei lemuri.
La natura viene abbassata al ruolo di giardino zoologico e poiché è politicamente corretto desiderare che le specie non si estinguano, il coscienzioso turista pagherà più volentieri il biglietto nella convinzione che i suoi soldi servano per una giusta causa. Nella realtà, quel denaro servirà unicamente a mantenere in piedi la struttura, che così diventa meramente parassitaria, mostrando di essere soltanto un'altra forma, più soft, più moderna, di sfruttamento della natura.
                                                                                                                                                  

I malgasci una volta si accontentavano di uccidere i lemuri per mangiarseli, oggi hanno scoperto che li si può sfruttare anche senza ammazzarli, accompagnando frotte di turisti nella foresta. Le organizzazioni conservazioniste come il WWF sono contente, perché si tratta di una soluzione di compromesso, del male minore, ma si ottiene solo che la pressione venatoria venga ridotta, non eliminata del tutto. Se un turista pensa che con il suo denaro si paga lo stipendio alle guardie, quelle guardie che tengono lontani i bracconieri, si sbaglia di grosso. Può forse essere indotto a pensar ciò perché ha visto troppi documentari o letto gli articoli di riviste come Airone che devono per contratto, con toni trionfalistici, elogiare gli sforzi governativi di salvaguardia dell'ambiente. 
Purtroppo, la presenza dei parchi non è garanzia di protezione della fauna, giacché nessuno ha ancora cancellato nella popolazione l'antica abitudine alla caccia, la gente continua a vivere di un'economia di sussistenza e mai alcuna multa è stata appioppata da un ranger a un bracconiere casualmente sorpreso con in mano un lemure appena ucciso. Guardia e ladro hanno la stessa mentalità, sono della stessa etnia, se non addirittura della stessa famiglia. Il turista amante della natura viene preso in giro, oltreché penalizzato facendogli pagare un ticket, e il numero dei lemuri continua a scendere. Proteggere la natura selvaggia dovrebbe essere un buon dovere morale dei governi e invece si tende a scoraggiare con pedaggi quella minoranza di bianchi che fa turismo naturalistico  e che in genere arriva già sensibilizzata  e sa di doversi comportare con rispetto quando è in mezzo alla natura.

Quel giorno, ragionando con calma, senza essere pressato dalla necessità di mettere al sicuro qualche animaletto, rimasi fedele a questi principi che mi frullavano pel capo già nel 2003, e non entrai nel parco. Fui perciò premiato dai lemuri dalla fronte bianca - alcuni sonnecchiavano a coppie, con la testa ripiegata, altri s'inseguivano fra i rami - e rimasi a guardarli col binocolo per un'oretta buona.
Le altre proscimmie che vidi, questa volta da vicino, erano in stato semidomestico. Il 20 novembre partii dalla stazione dei bus di Tamatave diretto a Foulpointe, insieme a Nanà, una makurele che aveva insistito per fare una settimana di vacanza con me, pagata diecimila ariary al giorno. Il giorno dopo, presso il ristorante Rahoky, Nanà incontra Hanta, che a un certo punto dice di avere un lemure in casa. Saputo ciò, salto su di scatto dalla sedia e dico perentoriamente: "Andiamo, andiamo!".

Una volta arrivati (la casa distava poche decine di metri), Hanta manda una bambina a comprare qualche carota di cui Miki, un apalemure grigio, è ghiotto. Gli piace anche il pesce, poca carne e qualche insetto, quando riesce a catturarli, mentre le banane non sono di suo gradimento. La ragazza l'aveva comprato un anno prima per quattromila ariary, poco meno di due euro, e benché delle proscimmie sia vietata sia l'uccisione che la detenzione, molti tengono in casa gli apalemuri, che sono graziosi, di piccole dimensioni e, per la ridotta dentatura, inoffensivi. Alla mia domanda sul perchè non lo lasciasse libero, anziché tenerlo legato per la vita con una corda, Hanta mi rispose che se così facesse Miki scapperebbe e probabilmente verrebbe ucciso e mangiato dai vicini. La realtà della detenzione illegale di specie protette fa il paio con la caccia tradizionale ai lemuri, praticata e tollerata dentro e fuori dai parchi.  Se ne ottiene un quadro desolante che getta una luce sinistra sulla loro sopravvivenza e che trasformerà in beffa i desideri, gli sforzi e i milioni di dollari spesi finora per i vari progetti di salvaguardia.

Dubito che in Madagascar esistano guardiacaccia o guardie forestali, i rangers sono utilizzati quasi esclusivamente come accompagnatori di turisti e per rimarcare ancora di più l'intento speculativo del governo è stata resa  obbligatoria la presenza dellle guide, perché sennò il turista potrebbe perdersi, si afferma ipocritamente, cosicché il bianco viene spremuto due volte: con il biglietto d'ingresso e con la mancia sindacale da dare al cicerone.

Mi piacerebbe poter aggiungere una postilla, cioè che chiesi ad Hanta di vendermi l'apalemure per liberarlo nel parco, ma non andò così. Rinunciai in partenza perché mi rendevo conto che non se ne sarebbe separata volentieri. Nanà mi aveva spiegato che la sua amica amava gli animali ed era attaccatissima a Miki. Per noi è difficile credere che una persona che tiene prigioniero un lemure nato nella giungla ami veramente gli animali, ma confrontando il suo con il comportamento degli altri malgasci si può anche ammettere che Hanta manifestasse una forma larvata di zoofilia. In fondo, meglio legato a una corda che in padella.

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