giovedì 12 marzo 2015

La crisi distrugge uomini e antichi mestieri




Debbo confessare di essermi messo alla tastiera con un po’ di pudore. La vicenda di Silvio Pauselli, mugnaio di 57 anni di Contigliano, morto suicida nel Salto perché non ha retto all’affronto di vedere il suo mulino messo all’asta, richiede innanzitutto questo. Se non altro per far fronte al sentimento di panico mosso dall’impossibilità di fare qualcosa, di rimediare. Un modo per affrontare il senso di impotenza, di rabbia inetta provocato da questa storia. Se non avesse fatto una scelta estrema, di Silvio non sapremmo nulla. E in fondo anche adesso ne sappiamo troppo poco. Sembra emergere la vicenda di un uomo con alle spalle anni di vita faticosa e alla fine ingrata. E che forse ha scelto la morte perché gli faceva meno paura dell’agonia, di un trascinarsi per anni in un contesto studiato per portarti via una cosa dopo l’altra.

 
«Anche la vita di Silvio è stata venduta all’asta», hanno scritto i suoi amici contadini del Mercato Contadino. E allora la soluzione finale del mugnaio potrebbe essere interpretata come un atto d’accusa: contro uno Stato indifferente ai deboli, contro il primato del debito economico sulla vita, contro gli scenari di un’austerità priva di umanità. Ma insieme sembra esserci dell’altro. Forse questa morte è anche il grido disperato di un mondo, una cultura, un modo di fare che non si rassegna a scomparire, ad essere definitivamente cancellato dalle logiche “globali” dei nostri anni. Non a caso amici e colleghi di Silvio si sono appellati al Sindaco del Comune di Contigliano affinché non vengano consentiti cambi di destinazione d’uso del mulino. Perché la macina della speculazione trovi un limite nella necessaria conservazione di quella del grano.

La pretesa è buona, giusta, addirittura poetica, ma non può contentarsi della propria eventuale riuscita: c’è anche la necessità di superare il rischio del museo, della memoria morta; c’è da vincere la scommessa di una conservazione fondata sull’uso e non sulla nostalgia. Un compito enorme, perché la maggior parte di noi rimane assuefatta ad altri stili di vita. Tutti sentiamo il fascino di trascorrere il tempo in armonia col pianeta, il gusto di riscoprire i sapori autentici del cibo, il desiderio di riappropriarci della manualità e del contatto con la terra. 

Ma per il momento il nostro quotidiano è un’altra cosa, ed infatti per lo più acquistiamo la farina industriale del supermercato. Poi è vero: assistiamo alla crescita di movimenti per un’altra economia, per un modo di vivere più “umano”, e i mercati a km zero spuntano come funghi. Ma i grandi numeri sono ancora tutti da un’altra parte e la strada è lunga da fare. «La rivoluzione deve cominciare in interiore homine – ha scritto uno che certe cose le capiva bene – occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha». È bello a dirsi, ma è meglio non farsi facili illusioni, perché hanno un prezzo davvero alto.


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