mercoledì 11 febbraio 2015

Quasi quasi mi faccio cattolico



FONTE

Testo di Roberto Dal Bosco

Mi trovavo a Calcutta. Ero lì per fare una serata da DJ-VJ. Sapevo che a Calcutta c’era il Kalighat, uno dei pochissimi grandi templi dedicati alla dea Kali. Un altro credo che sia nascosto tra le foreste del Nagaland, una terra turbolenta al confine con la Birmania. Gli indiani non amano dare pubblicità al culto della dea Nera. È la divinità preposta allo sterminio (come visibile dalla collana di teste mozzate di cui si avvinghia) e alla fine del mondo (questa ultima fase del ciclo cosmico è appunto chiamata Kali Yuga, l’era di Kali, l’era della corruzione e della bassezza, dove l’uomo non dice più il vero). È una dea il cui culto compare durante guerre, come ad esempio quella in Sri Lanka: si dice che le Tigri Tamil induiste preghino Kali. 


Conscio di tutte queste belle cose, volevo vedere il Kalighat, perché a mio modo, narcotizzato dal narcisismo turistico, mi definivo non un semplice turista ma un esploratore, un turista esoterico, “cratolatrico”: quel turismo che va in cerca di emozioni assistendo a culti e possessioni… molti lo fanno a Cuba con la Santeria o in Brasile con il Candomblé… il turismo cratolatrico, è pericoloso e indegno quanto il turismo sessuale. Così, in un pomeriggio libero in attesa del mio volo che da Calcutta mi avrebbe riportato a Madras, andai al Kalighat. Venni accolto da un sacerdote hindu che mi fece fare il giro completo. Vidi lo sgozzatoio, dove quotidianamente si macellano dei capretti neri – topi e mosche banchettano ininterrottamente con le viscere dei sacrifici continui. 

Vidi la gente urlare all’ingresso della cripta dove è posta la statua della dea, che è
l’effigie più spaventosa che abbia mai visto, anche perché per qualche motivo inspiegabile non assomiglia per nulla alla iconografia classica di Kali, è un monumento nero stilizzato, mai visto da nessun’altra parte. Feci il giro con il sacerdote, lo seguii in tutto, mangiai i “biscotti sacri” che mi offrì, bevvi l’acqua “sacra”, mi feci legare un braccialetto al polso, legai io stesso un anello ad uno strano alberello dentro al tempio, recitai dei mantra a Kali in sanscrito, infine mi lasciai convincere persino a dargli dei soldi: ero un pollo, in tutto e per tutto. Uscii frustrato, e mi misi a cercare un taxi per l’aeroporto. Nella piazza principale c’era un capannello di persone che, come spesso accade in India, stava guardando qualcosa a terra, senza intervenire. Mi avvicinai. Era un cucciolo di cane gettato a terra con gli occhi sbarrati e la lingua di fuori. Non era ancora morto. Ogni tanto, il suo corpo era percorso da un tremito. Fu allora che sentii quel suono. Era un urlo, un latrato agghiacciante, come mai ne avevo sentiti. 


Mi voltai, e vidi quattro bambini, che al massimo avevano dieci anni, inseguire un cane randagio e bastonarlo. Ad ogni colpo che assestavano, il cane emetteva quel suono orrendo e indimenticabile. La piazza cominciava ad interessarsi di questa scena. Molti ragazzi si fermavano e ridevano a crepapelle. Dei poliziotti pure stavano lì a ridere, disinteressati del turbamento dell’ordine pubblico che quella scena rappresentava. Il cane scappava, ma si capiva subito che era nato e cresciuto nel microcosmo di quella piccola, lurida piazza. Non scappava, semplicemente tentava di nascondersi, ma non troppo, quasi volesse chiedere perdono invece che fuggire lontano. Finiva sotto le bancarelle, e i ragazzi continuavano, tra urla e risate del pubblico, a bastonare il cane anche danneggiando le stesse bancarelle, incredibilmente senza che i negozianti avessero da ridire. Vidi persino la bambina di uno di questi negozianti, neanche 5 anni, appoggiata sopra un bancale, che con un ramo tentava di infilzare gli occhi del cane che se ne stava lì sotto in cerca di riparo. 

Compresi che mi trovavo finalmente davanti a quello che cercavo: stavo vedendo Kali
agire in tutta la sua crudeltà, in tutto il suo potere di contagio. Tutta la piazza era concentrata nell’uccisione di quel cane… a mio modo mi sentivo fortunato, riflettevo sul come in guerra, in Europa sotto la svastica o in Bosnia qualche anno fa, si debba sentire la medesima elettricità. Comparve quindi una donna, molto elegante nel suo sari colorato, ma al contempo visibilmente “Paria”, appartenente alla casta degli intoccabili, i morti di fame che si assiepano attorno al tempio e che di Calcutta sono il trademark più evidente. La donna arrivò al capannello dove stava il cagnolino semi-vivo, lo prese e lo gettò con un unico gesto in un cumulo di spazzatura lì accanto. Si strofinò le mani, si diresse verso l’altro cane, che era sotto l’ennesimo bancale con i quattro bambini a cercare di colpirlo con il bastone. La donna prese un bastone, allontanò i bambini, e si mise a picchiare il cane con una violenza che mai avevo immaginato in una donna. Ad ogni colpo, il cane lanciava dei latrati che non ho mai dimenticato. Stavo lì davanti ad osservare la scena, in teoria pago del fatto che avevo visto il mio piccolo evento preternaturale… e ora a giudicare dall’intensità colpi e dalle urla il cane stava per essere finalmente sacrificato. 

Successe qualcosa che mi è difficile spiegare, perché il modo in cui mi comportai sorprese anche me. Successe di un tratto, senza che mi potessi rendere conto di cosa stavo facendo. Partii, mi misi tra il cane e la signora che lo stava uccidendo. Lei fermò il bastone a mezz’aria, imprecando in bengalese. “If you wanna beat someone, beat me” “Se vuoi picchiare qualcuno, picchia me”, le dissi. Non era una minaccia, lo dicevo veramente, come se sapessi che prendendomi quella bastonata forse avrei posto fine a tutto quel teatro di sofferenza. La piazza si ammutolì. Tutti stavano guardando la scena, il “sacerdote” che mi aveva fatto il tour nel tempio incluso. Un venditore delle bancarelle venne verso di me, ricordo ancora gli occhi lucidi – mi disse “dog will be hurt no more”, “il cane non sarà più ferito”. La gente aveva smesso di ridere. I poliziotti fecero sgombrare tutto, i bambini si dileguarono. Tutta quella cosa tremenda che era montata, in un secondo era sparita. 

Mi girai, vidi il Kalighat, e a fianco, il centro di Madre Teresa. Davanti a me c’erano i palazzi di una dea che sacrifica l’altro (il cane, il nemico, il prossimo tuo, quello che è) è di una santa che sacrificava se stessa per l’altro. Era come se davanti a me improvvisamente avessi visto che c’erano due squadre. Non ho avuto mai più dubbi sulla squadra nella quale volevo giocare. Ripeto: non sapevo quello che stavo facendo, è stato un gesto totalmente incosciente, la ragione non c’entrava nulla, non avevo pensato. Un qualcosa mi aveva trascinato lì, a difendere il cane – e bada, io non sono animalista, anzi. Sono stato fortunato, a poche persone che conosco è stata data una rappresentazione così plastica, così evidente della lotta tra il Bene e il Male. Io ho scelto, per sempre.


8 commenti:

  1. Non voglio difendere la violenza di quella donna nei confronti del cane, ha fatto bene il signore a difenderlo? Ma cosa c'entra quella ferocia con il Buddismo? E allora qui nei nostri mattatoi dove ogni giorno vengono macellati altri animali che non sono cani ma sono ugualmente animali che soffrono? Certo é difficile vedere persone che infieriscono per strada, ma in ogn caso la violenza c'é... abbiamo visto tutti gli sguardi delle mucche o i musi dei maiali insanguinati.... e allora? Ripeto cosa c'entra il Buddismo?

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    1. Io invece mi chiedo cosa centra il tuo commento.... boh..

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    2. Con Kalì la Sanguinaria il Buddismo c'entra poco, è vero, ma la cosa notevole è che un italiano che rifugge dall'idea di essere animalista non ha potuto fare a meno di difendere il cane bastonato.

      Lui attribuisce questo suo impulso al cristianesimo di cui tutti noi siamo imbevuti e non posso escludere che sia vero, ma anche l'induismo e il buddismo, più ancora del cristianesimo, insegnano a voler bene alle bestie.

      E allora, la spiegazione razionale che mi sento di dare a questa situazione è che la barbarie ha un fascino ipnotico e non conosce frontiere. Tutti gli esseri umani ne sono vittime e in ogni cultura si trovano sacche di malvagità, anche in un popolo universalmente considerato pacifico come quello indiano.

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  2. Mad perché ho letto dalla FONTE e lo scrittore inseriva il testo sopra all'interno di più vasto ragionamento sul buddismo.

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    1. In effetti, nell'intervista che gli viene fatta, l'autore riconosce che è paradossale aver scritto un libro dal titolo: "Contro il buddismo" ed essere nel contempo innamorato dell'Asia come lui ammette.

      A me ricorda Tiziano Terzani, sotto questo aspetto, e sono molto incuriosito dal suo libro, specie se penso che anche nelle Valli del Natisone c'è un tempietto buddista (che ho visto recentemente).

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  3. Si scrive molto bene, ti fa partecipare proprio a quanto scrive... molto suggestiva questa frase: "... dea Nera. È la divinità preposta allo sterminio (come visibile dalla collana di teste mozzate di cui si avvinghia) e alla fine del mondo (questa ultima fase del ciclo cosmico è appunto chiamata Kali Yuga, l’era di Kali, l’era della corruzione e della bassezza, dove l’uomo non dice più il vero)."

    In questo periodo storico sta avvenendo proprio quanto scritto sopra.... "l'uomo non dice più il vero" si mescolano bugie a verità... quante notizie false stanno circolando in questo periodo... e non certo messe in circolazione da noi della massa...(forse da quelli pagati dal sistema - i soliti che lavorano per il potere e magari pagati per creare notizie false -) a me piacerebbe sapere se c'é uno scopo per tutto questo e perché ci fanno questo...

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  4. Forse gli improvvisati diffusori di notizie false pensano di produrre farina del loro sacco e invece é la Dea Nera di cui sopra che glielo suggerisce.... (hahahaha anche loro manovrati.... dalla Dea) chissà la cultura Indiana cosa suggerisce per affrontare e districarsi in questo periodo, se ha qualche altra divinità che faccia chiarezza delle acque torbide in cui ci troviamo.

    Ogni cultura ha qualcosa da insegnare...

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    1. Penso che nella cultura indiana non ci sia niente di simile al millenarismo cristiano.

      In altre parole, gli indiani non aspettano né la fine del mondo, né la seconda venuta di Cristo.

      Sono appagati così e tirano a campare.

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