martedì 29 luglio 2014

La gelosia del masai



Ho appena finito di leggere il libro che mi sono portato dietro in Madagascar: “La masai bianca”, di Corinne Hofmann. Ne pubblico un resoconto perché mi sembra attinente con la più grande isola dell’Africa australe, anche se i malgasci non vogliono essere chiamati africani, come i carnici non vogliono essere chiamati friulani. La storia raccontata in prima persona da una donna svizzera che, invece d’innamorarsi dell’Africa come fanno tutti, si innamorò direttamente di un africano, ha venduto 300.000 copie in tutta Europa ed è stata tradotta in molte lingue. Vi ho trovato dei punti in comune con la mia esperienza personale, benché io non possa dire di essermi innamorato di Tina, la mia attuale moglie. Per i lettori di sesso femminile è inconcepibile che un essere umano possa sposare o anche solo convivere con qualcuno senza essere innamorato, ma per fortuna tra i miei lettori ci sono anche persone di sesso maschile che, viceversa, capiscono benissimo che la cosa è fattibile. E pertanto sospendiamo l’argomento, che ora qui non c’interessa approfondire.


Al di là di questa incomprensione fra i sessi - e sorvolando sulle motivazioni che mi hanno spinto a sposare una ragazza semicivilizzata della brousse - riporto le mie impressioni provate al termine della lettura dell’autobiografia in oggetto, per evidenziare, come del resto fa l’autrice, l’impossibilità di conciliare due mondi troppo distanti tra loro. Insegnamento, questo, di cui dovremmo far tesoro nel momento in cui le nostre autorità politiche e religiose ci vengono a parlare di accoglienza dello straniero e di integrazione con il medesimo. Il parallelismo in questione risulta evidente perché sia il guerriero masai di cui Corinne si era innamorata, sia le etnie che vengono a cercare fortuna sul suolo patrio, hanno una concezione prettamente maschilista della vita, basata sui più beceri rapporti di forza, e se trovano, nel caso in oggetto, una donna disposta a sposarlo e nel caso dell’invasione strisciante da parte di immigrati, una popolazione arrendevole e “femminea”, se ne approfittano.

Porgere l’altra guancia fa sì che colui che ha colpito per primo, colpisca una seconda volta, al di là dell’interpretazione etologia fornita da Konrad Lorenz, secondo cui i lupi che perdono in combattimento offrono la giugulare all’avversario più forte perché così fanno scattare i meccanismi d’inibizione dell’aggressività. Ciò che è vero per i lupi, non lo è per arabi e africani, che forse vedono nella nostra accoglienza un segno di debolezza da sfruttare a loro vantaggio. Mi fermo qui giacché a molti non fa piacere il mio continuo riferimento alla natura animale dell’uomo, perché pensano che io voglia sminuire la sua parte angelica, che pure esiste e coabita con quella animale.

La ragazza svizzera era in Kenya con il suo amico Marc per una vacanza. Vide il masai alto due metri nel suo costume tradizionale e rimase folgorata. Si congedò dallo sfortunato accompagnatore suo compaesano e, nei mesi successivi, fece di tutto per sposare quella scultorea figura venuta dalla savana e che già conosceva un po’ d’inglese. La burocrazia keniota provò in tutti i modi ad impedire quel matrimonio misto, neanche avesse letto “I promessi sposi” del Manzoni, ma alla fine, spendendo molti soldi in bustarelle solo per far sì che i funzionari locali facessero semplicemente il loro dovere, la 27enne di Biel raggiunse la sua meta: sposare Lketinga Lamormorijo, il figlio della savana color ebano. 

Volle addirittura celebrare il matrimonio con l’abito bianco da sposa che si era appositamente portato dalla Svizzera in uno dei viaggi che dovette fare per sistemare le cose in patria, prima di chiedere la cittadinanza keniota.
Quando ci sono cerimonie da compiere in Africa, ci vanno di mezzo gli animali, capre o bovini che siano, e già qui c’è una prima divergenza tra me e la ragazza svizzera, la quale non ebbe niente in contrario a lasciare che la sua nuova famiglia, per festeggiare l’unione tra lei e Lketinga, macellasse diversi capi di bestiame. Quando nel febbraio del 2011 io e Tina ci siamo sposati nel municipio di Tulear, abbiamo fatto un semplice pranzo di nozze senza il Fomba che tutti si aspettavano, cioè la macellazione rituale dello zebù.

Va detto per inciso che i masai macellano gli animali senza usare coltelli. Cioè per soffocamento, perché così vuole la loro tradizione. Almeno i malgasci, sia negroidi che arabi, sgozzano le loro vittime, ma non saprei dire quali delle due forme di uccisione sia meno dolorosa.

All’ultimo minuto prima di celebrare le nozze nella savana, Corinne venne a sapere che avrebbe dovuto sottoporsi al taglio del clitoride, come fanno tutte le donne prima del matrimonio. Avuto da Corinne un netto rifiuto, Lketinga si rassegnò. Idem quando, dopo la nascita della loro bambina Napirai, il marito le chiese di dare in consegna alla nonna la piccola, al compimento del suo primo anno di vita. Anche in questo caso Corinne si rifiutò e Lketinga si rassegnò. Non si può dire che il giovane guerriero fosse totalmente rigido riguardo alle tradizioni del suo popolo, ma probabilmente queste frustrazioni di natura culturale gettarono i semi di quella pazzia che sarebbe esplosa successivamente e che avrebbe preso i connotati della gelosia.

I contrasti veri però, tra Corinne ed Lketinga, sorsero quando si trattò di gestire il primo negozio Samburu della savana, allestito vicino la missione di due preti italiani, Giuliano e Roberto. Lketinga concedeva merce a credito perché sosteneva che fosse suo dovere aiutare la sua gente, mentre Corinne ovviamente non era d’accordo. Se non che, i soldi in banca in Svizzera prima o poi sarebbero finiti e se il negozio non avesse portato reddito, le cose si sarebbero messe male per Corinne, fino al punto di costringerla a interrompere la sua avventura africana. Lketinga, naturalmente, non aveva consapevolezza di ciò e pensava che i soldi provenienti dal paese natale di sua moglie sarebbero durati in eterno. Questo è esattamente ciò che pensa Tina, forse perché finora ha sempre assistito alla facilità con cui riesco a fare prelievi agli sportelli bancari.

Come succede anche in Occidente quando un marito vede lesa la propria autorità, Lketinga cominciò a ubriacarsi e a masticare miraa, una specie di pianta allucinogena. Probabilmente quest’ultima è una consuetudine normale per i guerrieri masai, ma non lo è di sicuro, o non lo era prima che entrassero in contatto con i bianchi, il consumo di alcolici, se escludiamo la birra ricavata dal miglio. Nel mio caso, per manifestare il suo disagio di vivere lontano dalla sua terra, Tina si è ubriacata sia nel 2011, sia nel 2012, nel secondo tentativo di acclimatamento in terra italica, ma in entrambi i casi l’unica soluzione fu che Tina se ne tornasse in Madagascar.

Lketinga, invece, era già nella sua terra e le frustrazioni gli derivavano dal non poter ottemperare al ruolo impostogli dalla sua cultura, eminentemente maschilista. Deve aver provato molta vergogna, infatti, le volte in cui Corinne alzava la voce con lui, sia che si trattasse di gestire in un certo modo il negozio, sia che si trattasse di altre scelte inaccettabili per la donna svizzera. In quei casi, il marito invece di picchiarla se ne andava a cercare gli altri guerrieri e tornava nella manyatta quando gli pareva, a tutte le ore del giorno e della notte. Dopo un certo periodo di incomprensioni, però, il giovane si faceva sempre più aggressivo con la moglie e diede sfogo alle sue frustrazioni con scenate di gelosia che mettevano la ragazza in grande imbarazzo.

L’uomo le faceva l’interrogatorio, su chi avesse incontrato e perché fosse stata via da casa così tanto tempo, in presenza di estranei, compresi i due missionari e i clienti del negozio. Una sera, per fare un esempio, volle sapere perché fosse uscita nel cuore della notte e chi avesse incontrato. Alla risposta che era uscita dalla manyatta per fare pipì, volle essere condotto nel punto preciso in cui l’aveva fatta. Corinne, in quell’occasione, invece di provare rabbia per l’ennesima accusa d’infedeltà, si mise a ridere e gli mostrò la pozza dove, dietro la capanna, aveva fatto i suoi bisogni, ma il suo riso peggiorò la situazione e la gelosia di Lketinga ebbe nelle settimane successive un’andamento progressivo di tipo parossistico. Anche quando Corinne dovette assentarsi per partorire in ospedale e per curarsi prima della malaria e poi anche dell’epatite, la gelosia del masai non cessò, finché la donna, per una sorta di autoconservazione, non prese la decisione che mai avrebbe sospettato di dover prendere: fuggire.

A un certo punto, sapendo che il marito non le avrebbe mai concesso l’autorizzazione di andare in Svizzera con la bambina, dovette far ricorso all’inganno e dirgli che sarebbe stata via solo un paio di settimane, insieme a Napirai, per mostrare ai nonni la piccola che non avevano ancora visto. Fino all’ultimo momento Lketinga era restio a firmare il documento di espatrio per la bambina e solo per puro miracolo alla fine, quando l’autista dell’autobus diretto all’aeroporto di Nairobi aveva suonato il clacson per la terza volta, per sollecitare la salita di Corinne, Lketinga si decise. Dalla Svizzera Corinne Hofmann scrisse una lettera al marito scusandosi per averlo ingannato, ma spiegandogli che se non avesse agito così sarebbe morta. Ed era vero. Gli augurò di trovarsi altre ragazze della sua etnia e di avere molti figli, cosa che, anche se il libro non lo dice, probabilmente si è avverata.

Io e Tina non abbiamo figli. Lei ha una bambina di undici anni e io una figlia di 19. Non ho intenzione di scappare dal Madagascar perché nonostante tutte le difficoltà non mi sento in pericolo di vita. Un libro come quello in oggetto potrei anche scriverlo, volendo, benché uno ne abbia già scritto nel 2007, di ritorno dal mio traumatizzante secondo viaggio. Per ora tengo aggiornato il mio blog e spero che i miei lettori siano ugualmente soddisfatti. Di sicuro, non sarò pubblicato da Mondadori.

6 commenti:

  1. Roberto, in quanto conoscitore della donna africana...ti farò una domanda pratica, visto che ne sto frequentando una: le nere della costa orientale dell'Africa secondo te sono più o meno inibite in generale rispetto alla ragazza italiana media? Grazie, g

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    1. Tutte le africane, secondo me, a livello cerebrale considerano il sesso un evento naturale e il maschio dominatore sulla femmina, ma a livello pratico, cioè di performances, sono limitate dalla carenza storica di acqua, che impedisce una corretta, deodorante, igiene intima.

      Per questa ragione, sessualmente parlando, sono meglio le donne occidentali, pre o post femminismo.

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  2. Beh però il fatto che considerino la sessualità come una cosa naturale, senza tante seghe mentali...per dirla chiara...mi sembra una grande qualità, impagabile, visto che al giorno d'oggi la donna occidentale, per dirla con il grande Serafino Massoni, appare totalmente "incaptivita"! g

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    1. Sì, ma se poi le performances lasciano il tempo che trovano, è meglio rivolgersi altrove.

      Resto del parere che la donna bianca è la migliore, anche quella che non ha letto il Kamasutra.

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  3. Ciao, dove posso trovare il tuo libro sulla tua esperienza in Africa? Sono curiosa, attualmente pure io sono in Africa

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  4. Mmm...marito masai e moglie italiana . Siamo sposati da 17 anni e msi pentiti. Assolutamente in.disaccordo che i masai siano tutti uguali. E' l'istruzione che hanno che fa la differenza. Le tradizioni vengono rispettate all'interno della tribu' ,ma si fermano quando in famiglia non vengono accettate o ben viste dal partner non masai.
    Dona e John (viviamo sempre in Kenya da dicembre 2000)

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